Frammenti d'autore

Il carro d'argento

💬 La leggenda dell'ultimo bosco

Quello era sul suolo tedesco l'ultimo bosco. C'erano state la guerra, la malattia degli alberi, la fame di terreno, l'avidità di denaro. E nuove esperienze si erano fatte a che si potesse tramutare il legno in cibo, a che tra le radici stesse l'oro e dentro la terra scura, sotto lo stormire delle innumerevoli vette, una nuova inaudita energia. E cibo, oro, energia erano cose che l'umanità cercava avidamente poiché lottava per la sua vita estrema, mentre la bellezza, la quiete e la santità del duomo silvestre erano cose cui nessuno badava. Morivano quindi i boschi come erano morti gli eroi, le fiabe, i re, gli dèi, gli animali.

Quello sorgeva sull'altura come una rocca del tempo dei giganti e dominava la pianura stesa ai suoi piedi come una terra tramontata. Ultimo custode di enigmi primordiali, ultimo profeta di gravi avvenimenti parlava piano con gli animali, col vento e le stelle, squarciava la nuvola sopra il suo capo, attirava la pioggia nel proprio seno e faceva squillare le campane antiche sulla terra consunta e spirante fuoco.

Ma ai suoi piedi l'uomo accecato non aveva più occhi per gli animali, per i venti e le stelle, sfondava col pugno d'acciaio le porte vacillanti dell'avvenire e sollevava le fiaccole accese sopra una terra mai veduta. I bambini crescevano senza fiabe, senza un fiore nella mano pia, non seppellivano animali con muta processione, né s'inginocchiavano pregando su un lembo del manto di Dio. Se mai si fermavano curiosi ai piedi degli alti faggi, scagliavano sassi contro lo scoiattolo che balzava nel tramonto, finché la bocca lingueggiante di un serpe si lanciava sibilando nel gruppo che fuggiva atterrito e dalla pianura morta alzava i pugni e gridava con odio e ironia: – Ancora qui, fannullone e perdigiorno? – Soltanto i vecchi giungevano le mani tremanti nell'ombra della sera e guardavano in silenzio le stelle tramontanti dietro l'orlo antico delle vette, mentre le nonne dei bambini salivano sull'altura nelle notti di solstizio col bastone curvo, si accucciavano tremando appiè del silenzio, bevevano il profumo e il sussurro della lontananza e alzavano le braccia con gesto solenne prima di ridiscendere alle case di pietra.

Il bosco, ugualmente lontano dai bambini e dai vecchi, non s'inchinava mutevole a queste cose: né all'odio né all'amore. Solo certe volte, nella stagione equinoziale, quando le bufere laceravano il cielo, quando vapori infuocati si addensavano sulla piana notturna e leggeri boati tormentavano la terra, un popolo di animali scuro e molleggiante usciva dall'ombra delle fronde rombanti, si ergeva sul limitare del bosco e immobile, con gli occhi ardenti, guardava la terra affannata che forava il cielo con torri e ciminiere, sbriciolava il terreno e inghiottiva le stelle, finché dal seno rosso si sprigionava un grido simile a rantolo di rabbia fumante, un grido che precipitava sulla regione notturna come una sfera di bronzo, macchiata di sangue, che urtasse minacciosa e foriera di sventura contro le case degli uomini e impotente si perdesse nella rena.

E dalle case di pietra veniva quasi un grido di risposta. Infatti vi nascevano bimbi che entravano nella nuova vita con gridi lamentosi, così che tutti i vecchi e gli insonni giungevano le tremule mani senza trovare un posto nel mondo che ogni ora partoriva vite nuove avide di cibo.

Allora fu promulgato un editto che si dovesse abbattere l'ultimo dei boschi. I comuni circostanti, uomini e donne, furono mandati a distruggere il gigante, a rovesciare l'idolo che si ergeva tra loro senza lavorare e senza dar frutto, affinché si potesse ricavarne cibo e oro ed energia e la ruota d'acciaio, ai cui raggi si erano affidati, continuasse a girare. Benché avessero macchine capaci di divorare la foresta come il sole divora la neve, a quell'ultimo era riservata una specie di rispetto e di riguardo e all'estrema fatica si doveva accingersi con arnesi del tempo passato, con scuri e seghe, così come i selvaggi in particolari circostanze non accendono il fuoco con zolfo o pietra focaia, ma secondo l'uso preistorico sfregando legno con legno finché se ne sprigioni la sacra scintilla.

Nelle case di pietra si fecero quindi i preparativi come per una festa. E se nei tempi andati la vendemmia o la falciatura della segale aveva empito il cuore di gioia, con grande anticipo, in previsione di momenti nei quali il sudore della semina si sarebbe trasformato benefico nei chicchi del raccolto, ora il giorno della fine del bosco stette sospeso come una bella e sicura speranza sopra la coppa dell'esistenza quotidiana ed empì la dura vita della schiavitù con un bagliore domenicale di particolare natura. Ora persino il primo sguardo mattutino dei fanciulli si volse all'altura buia e silenziosa, e come in trionfo i grandi maligni e perfidi annunciavano: – È ancora là! – come se durante la notte la loro gioia avesse potuto svanire e far perdere loro il primo assassinio pubblicamente consacrato della terra che li aveva nutriti. [...]
✦ Ernst Wiechert. Il carro d'argento. A. Martello, 1951

Quando un popolo smette di riconoscere il carattere sacro della vita, non distrugge soltanto ciò che gli sta davanti: finisce col perdere anche la capacità di distinguere una festa da un sacrilegio, una vittoria da una colpa. Per questo gli unici a comprendere ciò che sta accadendo non sono i sapienti né i potenti, ma una bambina, un'anziana e gli animali che abbandonano in silenzio la terra degli uomini. Da quel momento il bosco può anche scomparire, ma il suo sangue continuerà a scorrere nella coscienza di chi lo ha abbattuto.

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