Le sedute di Millesimo
💬 IV - Il sacrificio
La famiglia risiedeva abitualmente nel castello di Millesimo. Il marchese Carlo Centurione Scotto andava e veniva fra Genova e l'antica dimora, pressato nel capoluogo ligure da molteplici impegni, continuamente sollecitato da un vivere intenso nei più disparati campi, dalla politica allo sport, dall'amministrazione dei suoi beni alle iniziative culturali, dalla carica di podestà agli aiuti alla moglie, nel disbrigo di opere assistenziali.
L'abitudine all'automobile non aveva ancora contaminato l'ambiente, né viaggi disagevoli lungo strade tortuose e a quel tempo non asfaltate invitavano all'impiego fuori necessità delle due vetture a disposizione al castello. Persino il tragitto fra Millesimo e la stazione ferroviaria di Cengio e viceversa, se non c'era fretta, veniva coperto con la pariglia e il landò, in ossequio a una tradizione appena profanata da un progresso timidamente incalzante.
Una sera di settembre del 1926, il gentiluomo era pervaso da un inspiegabile turbamento che ne riduceva lo slancio abituale e l'impegno sempre posto per rientrare al castello in serata. Non se ne dava ragione e, anche quando s'accorse che, con un poco di buona volontà sarebbe riuscito, perse la battaglia col tempo, s'arrese e rimase a Genova.
Quella strana sensazione si fece ancora più viva al suo ingresso al palazzo. Gli ossequi del portiere e della parte di servitù delegata al governo estivo della dimora, non sollecitarono in lui il solito atteggiamento di estrosa espansività che riserbava di continuo a quanti lo circondavano. Qualcosa lo inibiva psicologicamente.
Carlo Centurione trascorse una notte agitata e, risvegliatosi anzitempo, decise di partire col primo treno. Anche se il senso di apatia era scomparso, qualcosa di indefinito continuava ad angustiarlo; gli era già capitato, in passato, di collegare strane sensazioni a eventi tristi e il suo scetticismo di fronte a deduzioni irrazionali non era mai stato sufficiente ad acquietarne le ansie. E, soprattutto, rammentava l'improvviso presagio che l'aveva tanto turbato.
Appena pronto, s'accorse che l'apatia s'era trasformata in disagio e il disagio, a sua volta, in apprensione incalzante. Scese svelto le scale, rispose con un cenno soltanto, al portiere, senza notare l'imbarazzo con cui l'uomo dimostrava che avrebbe avuto qualcosa di difficile da dire. La pendenza della strada favorì il suo andare veloce e, al Portello, quasi di corsa, s'infilò nel primo tram: tanto, quelli che vi passavano, portavano tutti alla stazione.
Il marchese era molto conosciuto e non pochi passeggeri accennarono un saluto. Ancora una volta non s'era accorto come le espressioni di alcuni, nei suoi confronti, non fossero quelle abituali. Ma al largo della Zecca vide salire un capomastro, spesso utilizzato per lavori nel palazzo e al quale, come ad ogni altro, aveva sempre esternato la sua espansività. Il viso bonario dell'uomo stava per richiamarlo all'innata estroversione, ma egli non colse in quella fisionomia un poco tesa, l'abituale sorriso. La sua ansia si fece più viva nell'accorgersi che l'altro, imbarazzato, non riusciva a parlare. Nel contempo riemersero alla sua mente, le espressioni di quanti già l'avevano fissato e dei quali, probabilmente a livello subconscio, aveva percepito un rammarico velato e insolito. Frattanto l'uomo non sapeva abbozzare un discorso, ma sconfisse l'esitazione, spalancando, sotto gli occhi del marchese, un quotidiano con un titolo rilevante; il giorno prima, il capitano Vittorio Centurione Scotto, allenandosi per concorrere alla Coppa Schneider, era stato inghiottito, col suo idrovolante, dalle acque del lago di Varese.
[...]
A Cengio non v'era la pariglia ad attenderlo: di solito non tornava con quel treno a Millesimo. Ormai, però, tutti sapevano e tutti gli furono d'attorno. Il coprire i sei chilometri per raggiungere il castello non era problema, ma per Carlo Centurione la distanza sembrava quel giorno enorme, e le attenzioni pur cortesi dell'uomo che l'accompagnava con il calesse, opprimenti. Spesso, nelle ore d'angoscia, l'atteggiamento degli espansivi si tramuta in introversione impenetrabile e ricusante.
Persino al castello, la notizia era giunta tramite i giornali. Sui visi di tutto il personale dipendente, l'affanno traspariva angoscioso. I Centurione Scotto erano amati soprattutto dai più diretti collaboratori.
Il marchese seppe che la moglie s'era ritirata in camera da letto, ed egli vi si precipitò. La trovò sdraiata su un divano, straziata nella sua angoscia di madre, mentre Mino s'adoperava attonito in un'impossibile consolazione.
In mancanza di telefono, l'arido telegramma dell'annuncio ufficiale interruppe l'abbraccio dei coniugi affranti per richiamarli a una realtà che, in tante tragedie, impone ai superstiti obblighi persino grotteschi, voluti da un vivere sociale inconciliabile con l'intimità del dolore. Ormai Vittorio era soltanto una salma, che le formalità subordinavano a un riconoscimento, affinché le si potesse ufficialmente assegnare quel nome che, in breve tempo, tutti avevano imparato a conoscere e ad amare.
Anche se le strade erano malagevoli, il viaggio non poteva essere vincolato alla schiavitù degli orari e delle attese, e si partì in automobile. Il percorso, tuttavia, non permise guadagno di tempo, e il disagio delle strade in macadam con la relativa polvere, s'era aggiunto al travaglio intimo dei genitori del giovane pilota, i quali giunsero stremati all'idroscalo di Schiranna. Qui la burocrazia fu come al solito inesorabile, impietosa. Certa curiosità, poi, mascherata da opprimenti ostentazioni di cordoglio, insidiò quel dolore, imponendo atteggiamenti condizionati dal censo piuttosto che dal sentire. Carlo e Luisa Centurione erano frastornati da tante espressioni di circostanza, molto più formali che provate, e riacquistarono un'accorata tranquillità soltanto al rientro, fra le mura del loro castello.
Era passata qualche settimana; il tempo in cui i rimasti si raccolgono dopo il clamore di una tragedia familiare, in una solitudine rassegnata, era stato sopraffatto dagli impegni della vita che non poteva essere ricusata. In un momento di calma, Carlo Centurione rammentò i tentativi di sedute medianiche fatti alcuni anni avanti, ma la marchesa Luisa gli ricordò i risultati deludenti e la maturata convinzione circa l'assurdità di un tale tipo di sperimentazione. «E se qualcosa davvero ci fosse?», esclamò il marito. Ma la moglie scosse rassegnata il capo. Il marchese, però, non attendeva risposta: nel suo intimo aveva già deciso. [...]
✦ Alfredo Ferraro. Le sedute di Millesimo: un'impossibile storia vera. L. Reverdito, 1989