Ogni etica nasce da un'idea dell'uomo e dei limiti entro cui il suo agire può esercitarsi. Finché tali limiti sembravano immutabili, bastava giudicare la bontà delle intenzioni e degli atti immediati. Ma quando la tecnica modifica la natura stessa del nostro potere, cambia anche l'orizzonte della responsabilità. Non si tratta più soltanto di applicare antichi principî a problemi nuovi: è l'immagine stessa dell'agire umano a essersi trasformata, reclamando un'etica capace di misurarsi con possibilità che nessuna epoca precedente aveva conosciuto.
Mettiti alla prova: Jonas e la nuova responsabilità
Rileggi i due frammenti e i rispettivi commenti, poi prova a rispondere alle domande. Apri la risposta soltanto dopo aver scelto l'opzione che ritieni corretta.
1. Perché, secondo Jonas, la tecnica moderna non pone semplicemente «nuovi oggetti dell'agire» ai quali applicare le regole morali già esistenti?
A. Perché le regole tradizionali sono diventate inutilizzabili soprattutto a causa della crescente complessità scientifica, che impedisce ormai di distinguere con certezza il bene dal male.
B. Perché l'azione tecnica contemporanea possiede una «novità qualitativa»: la sua portata causale, temporale e spaziale può coinvolgere il futuro, il pianeta e perfino la natura dell'uomo, modificando così l'essenza stessa dell'agire moralmente rilevante.
C. Perché l'etica tradizionale riguardava soltanto la condotta privata, mentre ogni azione prodotta dalla tecnica moderna appartiene necessariamente alla sfera politica e collettiva.
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Risposta corretta: B
Il punto decisivo è l'espressione «novità qualitativa». Jonas non sostiene che le antiche regole siano diventate insufficienti perché la scienza abbia reso troppo complesso distinguere il bene dal male, come vorrebbe la risposta A: il problema riguarda anzitutto la mutata potenza causale dell'agire. Né è vero, come suggerisce C, che l'etica tradizionale fosse semplicemente privata e quella nuova debba essere soltanto politica o collettiva. La rottura è più profonda: azioni tecniche capaci di estendersi nello spazio, nel tempo e talvolta nell'irreversibile modificano la natura stessa dell'agire moralmente rilevante. Se muta qualitativamente l'agire, deve mutare anche l'orizzonte dell'etica che lo giudica.
2. Che cosa indica Jonas con l'espressione «euristica della paura»?
A. La necessità di assumere sempre come vero lo scenario peggiore, poiché davanti ai rischi tecnologici la prudenza deve sostituire ogni fiducia nel progresso.
B. Un atteggiamento emotivo di diffidenza verso la tecnica, utile a contrastare l'ottimismo che accompagna abitualmente l'innovazione scientifica.
C. Un procedimento mediante il quale la previsione del possibile pericolo ci aiuta a riconoscere ciò che rischiamo di perdere e, quindi, ciò che abbiamo il dovere di preservare.
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Risposta corretta: C
Jonas scrive: «Sappiamo ciò che è in gioco soltanto se sappiamo che esso è in gioco». La paura non vale qui come panico o rifiuto irrazionale della tecnica: ha una funzione conoscitiva. Prefigurando lo «stravolgimento dell'uomo» e le conseguenze future del nostro potere, comprendiamo meglio quale «concetto di umanità» debba essere salvaguardato.
3. In che senso la responsabilità, pur non essendo «un fenomeno nuovo in ambito morale», assume nella civiltà tecnologica un carattere radicalmente nuovo?
A. Perché ciò di cui dobbiamo rispondere si estende oltre l'atto immediato e il prossimo presente, fino alle generazioni future, alla biosfera e agli effetti remoti o irreversibili di azioni il cui potere causale non ha precedenti.
B. Perché la responsabilità cessa di riguardare gli individui e diventa esclusivamente un dovere delle istituzioni politiche, delle imprese e della comunità scientifica.
C. Perché il progresso della conoscenza permette ormai di prevedere con sufficiente certezza tutte le conseguenze delle nostre azioni, rendendo possibile attribuire con precisione ogni responsabilità futura.
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Risposta corretta: A
Jonas scrive che la responsabilità «non ha mai avuto un tale oggetto». La novità non consiste dunque nel trasferirla semplicemente dall'individuo alle istituzioni, come propone B: le azioni tecnologiche possono essere collettive, ma proprio per questo la questione della responsabilità si amplia anziché dissolversi in un soggetto impersonale. Neppure dipende, come sostiene C, dalla possibilità di prevedere con certezza tutte le conseguenze: Jonas afferma esplicitamente che la conoscenza del futuro resta «incompleta». È invece l'enorme estensione del nostro potere – verso generazioni future, biosfera, effetti remoti e talvolta irreversibili – a imporre un nuovo orizzonte della responsabilità.
4. Quale rapporto lega la Prefazione al successivo capitolo sulla «mutata natura dell'agire umano»?
A. La Prefazione formula soprattutto una critica dell'utopia, mentre il capitolo successivo abbandona quel problema per occuparsi autonomamente della storia della tecnica.
B. La Prefazione annuncia che il nuovo potere dell'uomo esige una nuova etica; il secondo frammento ne esplicita il presupposto, mostrando che sono venute meno le condizioni entro le quali l'etica tradizionale poteva considerare circoscritti l'agire e la responsabilità.
C. La Prefazione propone una nuova morale fondata sulla paura, mentre il secondo frammento ne ridimensiona la portata sostenendo che i principî tradizionali restano validi purché applicati a un numero maggiore di situazioni.
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Risposta corretta: B
Il secondo testo sviluppa ciò che la Prefazione aveva annunciato. Le antiche etiche presupponevano una condizione umana sostanzialmente stabile e una «portata dell'agire umano e quindi della responsabilità [...] strettamente circoscritta». La tecnica moderna fa venir meno proprio queste condizioni. Il passaggio logico è dunque: mutamento del potere → mutamento dell'agire → ampliamento della responsabilità → necessità di una nuova elaborazione etica.