Note al romanzo di Alessandro A. Monti
Ci sono avventure che giacciono dimenticate tra le pagine della storia e della leggenda, pronte ad essere risvegliate dall'inchiostro di uno scrittore visionario. L'avventura di Luchino Tarigo, pubblicata nel 1928 da Alessandro Augusto Monti, è una di queste: un romanzo d'altri tempi, intriso di eroismo, ingegno e sete d'infinito.
Al centro della vicenda, un uomo dal cuore impetuoso e dal destino febbrile: Luchino Tarigo, patrizio genovese, corsaro e navigatore, spinto dal fuoco della gloria e dalla dolce ossessione di un amore impossibile. Il suo nome appartiene a quella stirpe di esploratori che non conoscono confini, né geografici né dell'anima.
Corre l'anno 1347, e mentre la Crimea e il Mar Nero fremono di guerre e commerci, Luchino si lancia in un'impresa folle e senza precedenti: attaccare il nemico tartaro sul suo stesso territorio, senza aspettare che sia lui a farlo per primo. Mostrargli, con audaci atti di pirateria, la forza e l'ardire dei colori genovesi, costringendolo a più miti consigli e a scendere a patti; evitando un conflitto in casa propria che sarebbe altrimenti fatto di assedi, accerchiamenti e blocco dei commerci, che potrebbe durare per decenni e intanto strangolare le colonie genovesi in Gazaria, le quali finirebbero per andare inesorabilmente in rovina.
Ma è lo svolgimento del piano, non già solo la sua audacia, ad avere dell'incredibile. Prevede, infatti, che partendo dal Mar Nero, e traversando poi il Mar d'Azov, le fuste (veloci e leggere navi a remi e monoalbero lunghe una ventina di metri) risalgano il fiume Tanai fino al punto in cui questo è più prossimo al Volga, separandoli solo un istmo di una sessantina di miglia. Quivi, le imbarcazioni andranno tratte in secco e, adagiatone lo scafo su apposite ruote e rulli, trascinate attraverso la steppa, a mo' di anfibi carrocci, col loro carico di attrezzi, di viveri e di armi. Raggiunto il corso del Volga, le si rimetterà in acqua per percorrerlo giù giù fino al Mar Caspio, corseggiando le coste ricche dell'«Orda d'Oro» e sfidando a sorpresa il Kan di Kigiak nel cuore del suo stesso regno.
Una spedizione ardimentosa tra due mondi e due mari, tra insidie nemiche, alleanze fragili e duelli col destino, sospeso tra la sete di ricchezza e l'incontenibile desiderio di lasciare un segno indelebile.
Nella sua rotta, il protagonista incarna l'anima della Genova medievale, quella città che sfidava i mari e i sovrani con la sola forza del commercio e delle navi. Pirata e cavaliere, mercante e guerriero, Tarigo naviga tra le ambiguità di un'epoca in cui il confine tra audacia e sfrontatezza, tra lealtà e tradimento, è sottile come la lama di una daga.
E poi c'è Fiammetta, la donna che incendia il suo cuore più di qualsiasi impresa. Amore e avventura si intrecciano, e ogni porto, ogni battaglia, ogni notte trascorsa sotto cieli stranieri reca con sé la promessa di un ritorno e di una gloria futura.
Monti costruisce un affresco strepitoso, un romanzo che sembra scolpito nel vento salmastro delle rotte medievali. Tra taverne malfamate e sale consiliari, tra scontri di spade, arrembaggi e mappe spiegate alla luce delle torce, il lettore viene trascinato in un viaggio epico che ha il sapore delle grandi saghe cavalleresche e delle cronache di mare.
L'avventura di Luchino Tarigo, l'eroe dimenticato di Caffa, è più di un semplice romanzo storico: è una porta spalancata su un mondo che non esiste più, ma che continua a vibrare nel mito e nella memoria. È il canto di un'epoca di viaggiatori e combattenti, di uomini spinti oltre i confini del mondo conosciuto dalla sete di conquista e dalla promessa di un nome inciso nella storia.
* * *
L'anno del Signore 1374 volge al suo culmine, e la fragile pace che da un decennio regna tra i Genovesi di Caffa e i loro turbolenti vicini viene nuovamente infranta.
Il Kan, o Principe, dei Tartari di Kigiak si acciglia, adombrato dall'audacia dei Genovesi, i quali, già padroni da tempo del porto di Soldaia sulle coste orientali della Tauride, si accingono ora a fortificarlo con una possente rocca.
La nuova colonia latina sorge in una posizione strategica, a metà strada tra Caffa e Balaclava, dominando con la sua presenza l'intero tratto di costa che si estende da Jeni-Kalé sino ad Aktiar.
Quando i mercanti genovesi di Caffa ne prendono possesso, Soldaia non è che un'umile borgata, in cui non sopravvive alcuna traccia dello splendore che, due secoli prima, l'aveva resa un gioiello della corona bizantina.
Ma la tenacia e l'ingegno dei Genovesi non si lasciano scoraggiare. Valutano con occhio esperto la posizione vantaggiosa della località e ne traggono immediato profitto, facendone un nuovo nodo cruciale per i loro commerci.
Con straordinaria rapidità, la circondano di mura, e sul ripido colle che sovrasta la rada si elevano già le prime torri della fortezza, segno tangibile della loro volontà di dominio.
Questa rocca, destinata a essere completata solo dieci anni più tardi dal castellano Jacopo Gorseo, è progettata per accogliere tre chiese, ampie cisterne e le residenze degli abitanti più facoltosi. Sul versante che si affaccia al mare, la rupe scende a strapiombo, rendendo la fortezza inaccessibile; sul lato rivolto alla terra, il pendìo, seppur meno ripido, viene protetto da una lunghissima cinta muraria arcuata, rinforzata da dieci massicci torrioni.
Questi imponenti lavori di fortificazione, condotti con straordinaria alacrità, non sfuggono agli occhi sospettosi dei Tartari, i quali, perennemente diffidenti nei confronti degli occidentali, osservano con crescente inquietudine. Il Kan di Kigiak, allarmato, invia un'immediata protesta al Console genovese di Caffa, o meglio – per conferirgli i suoi titoli con tutti gli onori dovuti – al Supremo Console di Caffa, di tutto il Mar Maggiore e dell'Impero di Gazaria.
Ma il Console non si lascia intimidire. Respinge con fermezza le richieste del sovrano tartaro, il quale pretende l'evacuazione immediata di Soldaia. Il rifiuto è netto, inequivocabile. La guerra, dunque, appare inevitabile. Nei fondachi, nelle piazze, nei mercati affollati di Caffa, non si parla d'altro: voci concitate e bisbigli preoccupati si diffondono tra i mercanti e gli armatori.
Eppure, mentre la città freme all'idea del conflitto imminente, un uomo solo non vi presta attenzione. Luchino Tarigo, patrizio genovese e cavaliere, discende ora con passo svelto i tortuosi vicoli che, dal Palazzo del Console, conducono al quartiere del porto.
Il suo incedere è rapido e risoluto, il volto teso in una cupa espressione di sdegno. La sua mano stringe salda l'elsa della spada, mentre si fa strada con impazienza tra la folla, urtando i passanti che tardano a lasciargli il passo.
Non si cura del fango che scorre nei rigagnoli, né dei mucchi di immondizia che, ammassati lungo il selciato, minacciano di insozzare le sue lunghe calze rosse, serrate attorno alle gambe vigorose.
Ma non è la guerra che occupa i suoi pensieri, sebbene l'abbia attesa e desiderata come un gioco d'azzardo pericoloso e affascinante. Qualcosa di ben più ardente gli brucia l'anima e il cuore.
Aveva chiesto al Console in isposa la sua figlia Fiammetta – lui, Luchino Tarigo, nobile genovese e cavaliere! – e si era visto rifiutar per genero da quel vecchio mercante, inorgoglito per la carica effimera ed il molto danaro... Eppure il suo casato era più illustre di quello ancor recente del Console, e la sua fama di guerriero provato nelle battaglie con i Veneziani e gli Infedeli, avrebbe dovuto pesar sulla bilancia più di qualche sacchetto di zecchini!...
Poco prima, in un impeto d'orgoglio e di passione, ha avanzato al Console una richiesta audace: la mano di sua figlia, la bella Fiammetta. Lui, Luchino Tarigo, nobile genovese e valoroso cavaliere! Eppure, con superbia sprezzante, il vecchio mercante lo ha respinto, forte della sua carica caduca e della sua ingente fortuna.
E quale ingiustizia più grande! Il casato di Luchino vanta un'antichità ben più gloriosa di quello del Console, e la sua fama di condottiero, temprata nei conflitti contro i Veneziani e gli Infedeli, dovrebbe pesare ben più di una manciata di zecchini!
Ma, ecco: oltre alla povertà, c'era di mezzo la sua reputazione maledetta di giuocatore e di femminiere impenitente, rissoso e manesco, gran protettore di cortigiane e di giullari, assiduo frequentatore di taverne...
Non è solo la sua dote ad esser stata giudicata insufficiente. C'è di mezzo la sua reputazione, dannata e nefasta. Luchino è noto come giocatore incallito, libertino impenitente, uomo di risse e di duelli, protettore di donnacce e di buffoni, ospite assiduo delle taverne più malfamate della città.
E quasi si pentiva di avere sciupato a quel modo la sua adolescenza robusta, lontano dagli studî e dai negozi, fra i bagordi e le zuffe dei soldati, bramoso solo di menar le mani e di darsi bel tempo... Ma poi si riprendeva, e vergognandosi di tali debolezze, indegne d'un suo pari, si illudeva di maledire il momento che aveva conosciuto Fiammetta e gli era entrato in corpo questo grandissimo amore.
E così, sul far della sera, il dubbio lo assale. Quasi si pente di aver dissipato i suoi anni giovanili tra bagordi e schermaglie, trascurando sapienza e commercio per inseguire il piacere effimero della violenza e della dissolutezza.
Ma poi scuote il capo, scacciando quei pensieri, ritenendoli indegni di un uomo del suo rango. Si illude, per orgoglio, di maledire il giorno in cui i suoi occhi hanno incontrato quelli di Fiammetta, il giorno in cui l'amore ha fatto breccia nel suo cuore, rendendolo schiavo.
Ora, mentre fende la folla variopinta che si accalca nelle strade di Caffa alle ultime ore del giorno, il suo animo ribolle di tormento e di desideri inappagati. Il sole, ormai basso, incendia il cielo di porpora e oro, e le ombre della sera si allungano sui vicoli tortuosi.
Ma Luchino Tarigo non vede nulla di tutto questo. Egli avanza, prigioniero della sua ossessione. Il suo volto è teso, la mascella serrata in un'espressione cupa, mentre i suoi pensieri si rincorrono senza tregua. Attorno a lui si accalca un'umanità brulicante, caotica, fatta di genti provenienti da ogni angolo del mondo.
Nostromi genovesi vestiti di bigello, abbronzati e barbuti come pirati algerini; preti latini dalla faccia glabra ed irsuti papassi bizantini; mercanti armeni dalle lunghe vesti, orlate di pelliccia; russi e persiani dagli alti calpacchi; strozzini ebrei con la berretta gialla; greci ricciuti, striscianti e chiassosi; ricchi borghesi di Caffa col mantello e il cappuccio; teste rase e ceffi gialli di tartari schiavi; e poi soldati della guarnigione genovese, armati alla leggera col giaco e la barbuta; mercenari polacchi; marinai catalani e provenzali; negozianti pisani e fiorentini; avventurieri georgiani, trafficanti valacchi.
Nocchieri genovesi, col volto bruciato dal sole e le barbe incolte che li assomigliano a corsari algerini, si muovono tra la folla con l'aria sbrigativa di chi conosce il mare meglio della terraferma. Preti latini, dal volto imberbe e severo, si incrociano con papassi bizantini, irsuti e solenni nelle loro lunghe vesti. Mercanti armeni, coperti di tuniche ornate di pelliccia, contrattano con voci basse e gesti misurati. Russi e persiani, con i loro alti colbacchi di pelo, si mescolano ai banchieri ebrei, ravvisabili per la berretta gialla che ne segna la condizione. Greci ricciuti, chiassosi e striscianti, si fanno largo con sorrisi ambigui e occhi vigili, mentre ricchi borghesi di Caffa, avvolti nei loro mantelli pesanti, si muovono con la sicurezza di chi governa il commercio della città.
E poi ci sono i volti duri e affilati degli schiavi tartari, teste rasate e sguardi spenti, che si aggirano silenziosi tra le ombre delle botteghe, pronti a obbedire al volere dei padroni. Soldati della guarnigione genovese, con addosso il giaco e la barbuta, percorrono le strade in piccoli gruppi, le mani pronte alle armi. Mercenari polacchi, dai modi spavaldi, si confondono coi marinai catalani e provenzali, le voci aspre e sfrontate che riecheggiano tra i vicoli. Negozianti pisani e fiorentini, dai gesti misurati e dalle tuniche raffinate, trattano affari con avventurieri georgiani e trafficanti valacchi, uomini che vivono di scambi e inganni, sempre in cerca di nuovi guadagni.
Poiché nella «Costantinopoli del Mar Nero», la capitale dei possedimenti genovesi del Ponto, che contava in quei tempi più di centomila abitanti, si davano convegno tutte le razze marinare e avventuriere di Oriente e di Occidente, a barattare, a vendere, a comprare, all'ombra delle insegne di S. Giorgio e del gonfalone crociato della gloriosa repubblica tirrena.
Nella Costantinopoli del Mar Nero, come molti ormai chiamano Caffa, questa capitale dei possedimenti genovesi nel Ponto, si riversano le razze più disparate, gli spiriti più inquieti del Mediterraneo e dell'Asia. In questa città, abitata ormai da più di centomila anime, Oriente e Occidente si incontrano e si scontrano ogni giorno, sotto lo sguardo vigile delle insegne di San Giorgio e del gonfalone crociato della gloriosa Repubblica di Genova.
Olio e vino dell'arcipelago greco, panni d'Italia, tele d'Anatolia, tappeti e scialli di Persia, sete cinesi, pelliccie e cuoi di Russia, limoni e aranci di Chios, fichi di Smirne, miele di Crimea, pietre preziose degli Urali, schiavi del Caucaso, spezie del Catajo; medicamenti rari: galanga, gommagutta, sarmentaria, aloè, mirra, canfora, sangue di drago, sesamo, cisto di Creta, paglia della Mecca, e tutte le altre droghe misteriose della farmacopea medievale si ammucchiavano nei fondachi, nelle stive e sui mercati.
Le merci, provenienti dalle terre più lontane, si accumulano nei mercati e nei fondachi, nei magazzini e nelle stive delle navi: olio e vino delle isole greche, stoffe d'Italia, tele d'Anatolia, tappeti e scialli di Persia, sete cinesi, pellicce e cuoi della Russia, agrumi di Chios, fichi di Smirne, miele di Crimea, pietre preziose degli Urali. Persino gli schiavi del Caucaso, uomini e donne strappati alla loro terra, son qui venduti a mo' di merce. E non mancano le spezie del Catajo, le essenze rare e i rimedi preziosi della farmacopea medievale: galanga, gommagutta, sarmentaria, aloe, mirra, canfora, sangue di drago, sesamo, cisto di Creta, paglia della Mecca e mille altre sostanze misteriose, apprezzate da speziali e guaritori.
Un'energia incessante, febbrile, tumultuosa, percorre ogni angolo della città. Gli odori si mescolano nell'aria, pesanti e contrastanti: l'aroma speziato delle mercanzie orientali, il sentore acre del pesce essiccato, il profumo denso dell'olio versato nelle anfore, la fragranza pungente del cuoio appena conciato.
Tutta una vita intensa e tumultuosa, greve di aromi e di effluvi diversi, si agitava nei portici e sulle gettate, fra le balle e le casse sbarcate o da imbarcare; davanti alle botteghe ed ai «banchi»; in mezzo ad una cacofonia intollerabile di cento lingue e di mille dialetti diversi: tutti commisti in una confusione babelica di esclamazioni, di ingiurie e di chiamate... E in fondo, sull'acqua grassa del porto, la flotta immota delle navi ancorate, galere, fuste, feluche, barbotte, chelandie o saettie, dalle forme allungate o rotonde, coi lunghi remi rossi somiglianti alle zampe di strani crostacei, e, sopra, il bosco dei pennoni e degli alberi...
Nei portici e alle banchine, tra balle, casse e barili, il frastuono è assordante. Voci che si sovrappongono, lingue diverse che si incrociano, esclamazioni, ingiurie, richiami, ordini impartiti con tono perentorio. È una cacofonia incessante, una sinfonia disordinata di parole e suoni che si disperdono nell'aria densa.
E al fondo, sullo specchio d'acqua del porto, la flotta delle navi ancorate sembra sospesa in un'attesa immobile. Galere, fuste, feluche, barbotte, chelandie e saettie si allineano lungo le banchine, le loro sagome affusolate o tozze riflesse nell'acqua. I lunghi remi rossi, simili a zampe di crostacei giganteschi, si innalzano sulle fiancate, mentre più sopra è fitta la selva di pennoni e alberature.
Luchino avanza senza esitazioni, lasciandosi alle spalle il frastuono del mercato. Giunto finalmente al porto, si scosta dalla folla, piega a destra e si infila in un androne buio. L'aria è satura di salsedine e vino versato, mentre attraversa un cortile abbandonato, ingombro di corde, reti e botti stipate alla rinfusa.
Dinanzi a lui, sormontata da un'insegna scolorita e sconnessa, si apre la porta della Taverna di San Giorgio. L'insegna, consunta dal tempo e dal sale marino, reca ancora l'immagine sbiadita del santo cavaliere. Qui, tra fumo denso e voci roche, i bevitori si radunano per affogare i pensieri nel vin greco, al riparo dai fremiti della città.
Luchino afferra la maniglia arrugginita e spinge la porta deciso. Il rumore della strada si attenua di colpo, al suo posto il brusìo basso e continuo delle conversazioni…
La Taverna di S. Giorgio, o del Dragone, doveva – come ho detto – la sua fama al vin di Cipro e di Chios non annacquato che i buongustai di Caffa sapevan di trovarvi, insieme ad altri meno innocenti svaghi che la solerzia dell'oste Baciccia, sapeva procurare ai suoi clienti.
Le serventi meno ritrose e meglio in carne, vi accoglievano graziosamente gli avventori, e le più belle danzatrici di Caffa vi tenevano il loro quartier generale.
La Taverna di San Giorgio, conosciuta anche come del «Dragone», è un luogo rinomato a Caffa, non solo per il vino pregiato di Cipro e Chios, che attira i buongustai della città, ma anche per altri svaghi ben meno innocenti. L'oste Baciccia, con la sua scaltrezza e l'occhio adatto agli affari, sa bene come soddisfare le esigenze più disparate della sua clientela.
Le serve, le più floride e meno schive, accolgono gli avventori con sorrisi invitanti, mentre le danzatrici più belle di Caffa hanno qui la base principale. I loro corpi si muovono con grazia tra i tavoli, i veli ondeggiano leggeri, gli occhi sanno promettere senza concedere troppo in fretta.
Ma Luchino Tarigo, varcata la soglia, non si lascia distrarre. Non degna di sguardi la Rossa, la Pisana, la Mora e Pasquarosa, che subito gli sono addosso con gesti studiati e sguardi ammiccanti. Il taverniere, in piedi dietro il banco, lo riconosce all'istante: si sberretta ossequioso, esibendo un sorriso largo e nero, con più vuoti che denti.
Luchino non spreca parole, né concede tempo ai convenevoli. Con tono diretto, chiede di Azzolino.
Baciccia annuisce subito, pronto a compiacere il suo cliente più illustre. Gli dice che l'amico è nella stanza di dietro, intento a divertirsi con una zingara indovina, appena giunta dalla Valacchia.
L'altro non risponde. Senza una parola, si avvia con passo risoluto alla porta sgangherata, respinge con rudezza le donne che ancora gli si aggrappano alle vesti e, con gesto secco, spalanca l'uscio ed entra nel cuore del «Dragone».
La seconda stanza, riservata agli ospiti più fidati e ai clienti di riguardo, non è meno buia e affumicata della prima. Il tanfo di vino versato, di fumo stantìo e di spezie pesanti impregna l'aria. Dentro, vi sono soltanto due persone.
La zingara, annunciata dall'oste, vestita succintamente di giallo, con il seno, le braccia e i piedi nudi, e i capelli nerissimi intrecciati, e adorni di piccole monete d'argento, stava seduta sull'orlo di una tavola nell'atto di esaminare la destra di Azzolino che fra il serio e il faceto ne attendeva il responso e intanto le andava solleticando le gote, coi lunghi baffi irsuti...
La zingara, la stessa annunciata da Baciccia, siede con sfrontata disinvoltura sull'orlo di una tavola. È avvolta in un abito giallo che lascia scoperte le braccia tornite, i piedi nudi, il seno rigoglioso. I capelli, nerissimi, intrecciati con monete d'argento, tintinnano lievemente ogni volta che muove il capo.
Con dita esperte, sta leggendo la mano di Azzolino, che, tra il serio e il divertito, si lascia scrutare il destino. Un sorriso ironico gli incurva le labbra mentre, con i lunghi baffi irsuti, solletica la guancia della donna, sussurrandole parole che la fanno ridere piano.
L'ingresso improvviso di Luchino interrompe il gioco. Azzolino si volta, lo sguardo ancora velato dai fumi del vino, ma al veder l'amico, il volto gli si illumina. Con un'espressione espansiva e un tono di voce alterato dall'alcool, apre le braccia e lo saluta con enfasi esagerata:
– Benvenuto!
Poi, con esuberanza teatrale, aggiunge:
– Vieni! Lascia che ti presenti la perla d'Egitto, la regina del popolo errante, l'incomparabile Circe di queste contrade!
Ma non appena scorge l'espressione cupa e tesa dell'amico, capisce all'istante che non è il momento per scherzare. Svelto, si ricompone, abbandona il tono beffardo e, con voce più seria, chiede con preoccupazione sincera:
– Che cosa succede? In cosa posso esserti utile?
Era un omaccio quadrato, sui trent'anni, cotto e bruciato in viso dalla salsedine e dal sole, vestito alla foggia dei capitani di mare con un corpetto di cuoio lavorato che gli modellava il torace, una daga e un pugnale alla cintura, ed un mantello rosso col cappuccio, di gusto orientale, gettato sulle spalle a casaccio; ai polsi e al collo portava preziosi monili, frutto certo di qualche bottino, ed aveva la fronte fasciata, come per una ferita recente.
Azzolino è un uomo massiccio, possente, sulla trentina. Il volto, bruciato dal sole e dalla salsedine, è segnato da mille avventure. Indossa un corpetto di cuoio lavorato, che gli fascia il petto come un'armatura, e porta alla cintura una daga e un pugnale, sempre pronti all'uso. Un mantello rosso con cappuccio, di chiaro gusto orientale, gli pende sulle spalle con una noncuranza che tradisce il suo spirito libero.
Ai polsi e al collo scintillano monili preziosi, certo frutto di qualche bottino. Una fasciatura attorno alla fronte, forse per una ferita recente, gli dà l'aria di un pirata che non ha mai smesso di combattere.
Accanto a lui Luchino, suo coetaneo, più grande e più sottile, col bel viso bruno aggrottato e i lunghi capelli ondulati, il busto chiuso in una corazza leggera e il capo protetto da una cervelliera di acciaio, per la grazia virile delle membra e l'armoniosa eleganza del gestire sembrava un cavaliere di Re Artù, Lancellotto o Tristano: e nella tetra penombra della stanza, mal rischiarata da una lucerna fumosa, la nobiltà nativa del tratto, non persa nella vita di avventure, né obliterata dalle frequentazioni volgari, lo assomigliava a un principe in incognito, sceso a distrarsi fra i sudditi per uno strano capriccio.
Di fronte a lui, Luchino, suo coetaneo, appare più alto, più snello. Il viso, bruno e scolpito, è ombreggiato da pensieri cupi, i lunghi capelli ondulati gli scendono sulle spalle con eleganza naturale. Il busto, fasciato da una corazza leggera, brilla appena nella luce fioca della lucerna fumosa che illumina a malapena la stanza.
E in quell'ombra, tra quei muri impregnati di vino e segreti, la sua figura si staglia con una nobiltà spontanea, non ancora soffocata dagli anni di avventure e frequentazioni volgari. Ha il portamento di un cavaliere di Re Artù, un Lancillotto o un Tristano in esilio, un principe in incognito disceso tra i comuni mortali per una bizza del destino.
Orfano a quindici anni, con pochi mezzi e moltissimo coraggio, aveva militato in mare e in terra a servizio di questo e quel signore, fra pazze audacie e continui sbaragli.
Giunto in Levante, in cerca di fortuna, si era reso assai caro al Re di Cipro, Pietro di Lusignano, che avea voluto armarlo cavaliere; ma venuto a diverbio con un nobile, offensore del nome genovese, lo aveva ucciso in presenza del sovrano ed era stato costretto a lasciar l'isola.
Orfano dall'età di quindici anni, Luchino non mai conosce la sicurezza né l'agio. Vive con pochi mezzi e un coraggio smisurato, militando in mare e in terra, al servizio di signori diversi, attraversando imprese folli e disastri rovinosi.
Giunto in Levante in cerca di fortuna, conquista la stima del Re di Cipro, Pietro di Lusignano, che lo fa cavaliere. Ma l'indole impetuosa lo tradisce: in un diverbio, uccide un nobile che aveva osato offendere il nome genovese. L'omicidio avviene alla presenza del re stesso. Costretto alla fuga, il giovane abbandona l'isola.
Ma si sarebbe detto che una fatalità sanguinosa lo seguisse dovunque.
Passato a Rodi per vestire le insegne dei cavalieri gerosolomitani, aveva ferito un commendatore boemo, per i begli occhi di una schiava algerina, e non aveva potuto entrar nell'Ordine.
Ma la malasorte non gli dà tregua. A Rodi, desideroso di unirsi ai Cavalieri di San Giovanni, si lascia coinvolgere in un duello con un commendatore boemo per gli occhi di una schiava algerina. Il ferimento del cavaliere lo rende indegno di vestire l'abito dell'Ordine.
Allora, armata in corsa una galera, aveva tenuto il mare per suo conto, dando la caccia ai nemici della Croce e di Genova e qualche volta anche ai mercanti greci. Ma un giorno nel Mar Nero aveva fatto naufragio, e di nuovo ramingo e sprovveduto si era condotto a Caffa di Crimea.
Deluso e furioso, si arma per proprio conto e prende il mare con una galera corsara, assaltando le navi nemiche della Croce e di Genova – e, talvolta, anche quelle greche.
Ma il destino si accanisce ancora su di lui: un naufragio nel Mar Nero lo lascia senza nave e senza mezzi. Randagio e sprovveduto, si rifugia a Caffa, la città che ora gli fa da patria.
Quì si era presto reso popolare fra la gioventù scapestrata e battagliera e i mille arditi avventurieri del Porto; ma nonostante il suo rango e il suo prestigio di provato uomo d'armi, i magistrati e i notabili della opulenta colonia, timorati ed austeri, lo avevano trattato con freddezza.
Qui diventa una leggenda tra i giovani più audaci, tra gli avventurieri del porto e gli uomini d'arme più spregiudicati. Ma tra i magistrati e i notabili della colonia, uomini di legge e mercanti facoltosi, la sua fama di spadaccino e libertino lo condanna a un'indifferenza gelida.
Ferito nell'orgoglio, lui, abituato a sfidare il destino, sfida anche il loro giudizio. Ostenta con fierezza i propri costumi, disprezzando i codici di quelli, per lui ipocriti e meschini.
Tale era l'uomo che aveva posto gli occhi sulla figlia del Console Pellegro, appena quindicenne e giunta il mese prima da Genova, per viver d'ora innanzi accanto al padre, che vedovo e intento ai pubblici negozi, l'avea lasciata fino allora in patria, affidata alle cure di certi suoi parenti.
E ora, in questa città che lo rispetta e lo teme, il suo cuore batte solo per Fiammetta, la figlia quindicenne del Console Pellegro, giunta da poco da Genova per viver col padre.
L'aveva vista per la prima volta in occasione di una festa solenne, celebrata in gran pompa a Sant'Agnese, la chiesa principale di Caffa, e subito era stato conquistato dalla sua fresca bellezza.
E sul passaggio della processione che avea tenuto dietro alle funzioni, fattosi strada coi gomiti nella folla assiepata, si era sforzato di attirar la sua attenzione, gettandole ai piedi una rosa…
Luchino posa per la prima volta lo sguardo su Fiammetta in un giorno di festa solenne, nella grande chiesa di Sant'Agnese, la più imponente di Caffa. La cerimonia si svolge con sfarzo e devozione, e tra le navate affollate di nobili e mercanti, tra il luccichìo dei ceri e il profumo d'incenso, lui la vede.
E in quell'istante, qualcosa cambia. La freschezza della bellezza di lei, la grazia con cui si muove, il modo in cui la luce delle vetrate si posa sulle sue trecce bionde, tutto lo colpisce come una rivelazione improvvisa.
Più tardi, quando la processione religiosa avanza lenta tra le strade di Caffa, Luchino si apre un varco tra la folla, facendosi largo a gomitate nella calca, e poi, con gesto audace e teatrale, getta ai suoi piedi una rosa.
Aveva notato Fiammetta il gesto audace del giovane patrizio?… Certo a Luchino era parso di vederla arrossire; e qualche tempo dopo, durante una quintana corsa dai giovani guerrieri di Caffa sulla piazza davanti al Palazzo del Console, la giovinetta aveva sorriso al gentiluomo, che era fra i vincitori della gara…
Lei l'ha visto? Luchino trattiene il respiro mentre il fiore rotola sul selciato. Fiammetta abbassa lo sguardo. Le guance si colorano di un lieve rossore. Non dice nulla, non si ferma, ma quel tremulo bagliore di emozione è sufficiente a incendiare l'animo del giovane patrizio.
Qualche tempo dopo, nella gran giostra della quintana che si tiene davanti al Palazzo del Console, Luchino è tra i cavalieri in gara. Monta il suo destriero con la sicurezza di chi ha affrontato mare e guerra, e con la lancia ben ferma supera ogni avversario con eleganza e precisione.
Quando si volta verso il pubblico, la vede. Fiammetta lo osserva. E questa volta, non c'è dubbio: lei sorride.
Su quel breve rossore e quel sorriso Luca Tarigo aveva costruito il suo romanzo, e senza perder tempo si era recato dal Console per chiedergli la mano di Fiammetta.
Quel rossore fugace e quel sorriso rubato sono tutto ciò di cui Luchino ha bisogno per costruire il suo sogno. Non perde tempo. Si presenta dal Console Pellegro, con il cuore colmo di ardore e convinzione. Chiede la mano della figlia.
Ma il vecchio aveva respinto la domanda senza quasi curarsi di nascondere sotto qualche pretesto cortese la vera causa di quel suo deciso rifiuto: l'ex favorito di Pietro Lusignano, re dei gaudenti e degli spadaccini, non valeva ai suoi occhi molto più di un pirata.
Ma il vecchio mercante lo guarda con sufficienza e lo respinge senza esitazione. Dietro qualche parola cortese e pretesti di circostanza, il messaggio è chiaro: Luchino Tarigo, già favorito di Pietro Lusignano, conosciuto per la sua vita sregolata, non è un uomo da sposare una fanciulla di buona famiglia. Ai suoi occhi, non è che un pirata con qualche titolo nobiliare.
Quel rifiuto brucia come il ferro arroventato. Luchino sente il sangue ribollire, la tentazione di torcere il collo al vecchio Pellegro e di portar via Fiammetta con la forza gli traversa la mente come un lampo. Ma resiste. Per lei, per amore soltanto, trattiene la rabbia.
Ora, seduto di fronte ad Azzolino, mentre gli racconta l'umiliazione subita, il cuore gli batte furioso nel petto. Le mani stringono il boccale con tale forza da sbiancare le nocche.
Trema tutto. Non per paura. Per rabbia.
Azzolino è una figura singolare, una versione più brutale e sfrenata di Luchino Tarigo. Avventuriero senza radici, uomo di brigata nelle scorribande e nelle gozzoviglie, manca però di quella luce cavalleresca indistruttibile che, nonostante tutto, continua a risplendere nell'amico, salvandolo dal completo abbandono alla dissolutezza.
Bastardo – a quanto si vociferava – della potente casa Giustiniani, si era buttato al mare da fanciullo e sul mare e del mare avea vissuto.
Corsaro audacissimo ed eccellente navarca, si era spinto tre volte oltre la stretta delle Colonne d'Ercole, lungo le coste dell'Africa nera, e fino alle Fortunate favolose, scoperte da Lanzerotto Malocello. Giurava di aver visto il Prete Gianni, nel suo palazzo di avorio e di cristallo, e mostrava sul collo i segni bianchi lasciati dalle zanne di un leone, incontrato alla foce di un fiume di Guinea…
Le voci su di lui sono molte, e tutte concordano su un punto: è un bastardo. Si dice che il suo sangue sia quello dei Giustiniani, una delle più potenti famiglie genovesi, ma nessuno ne ha mai avuto conferma. Lui stesso non cerca di smentire né di confermare il sospetto. Quel che è certo è che, fin da bambino, si è gettato tra le braccia del mare e da allora vive di esso e per esso.
Azzolino è un corsaro audace, uno dei più temuti del Mediterraneo. Si è spinto oltre le Colonne d'Ercole, là dove pochi osano avventurarsi, costeggiando le terre bruciate dal sole dell'Africa Nera, fino alle misteriose Isole Fortunate, scoperte dal navigatore Lanzerotto Malocello.
Nelle taverne, quando il vino scioglie le lingue e l'uditorio è disposto a credere all'incredibile, giura di aver incontrato il Prete Gianni, il leggendario sovrano cristiano d'Oriente, e descrive con enfasi il suo palazzo d'avorio e cristallo. Poi, con gesto teatrale, si sbottona la camicia e mostra sul collo i segni bianchi lasciati dalle zanne di un leone. Racconta di averlo affrontato con la spada sguainata alla foce di un fiume della Guinea, e l'uditorio, tra risate e mormorii, non sa se pendere dalle sue labbra o smascherare la fanfaronata.
Da quattro anni correva il Mar Nero sulla sua fusta veloce, sempre pronto a far forza di vele e di remi in caccia delle navi forestiere; chè ad onta dei trattati e degli accordi, quante non salvaguardava l'insegna della Croce scarlatta e del Santo guerriero, egli teneva in conto di nemiche…
Da quattro anni, la sua fusta veloce solca il Mar Nero, una presenza inquietante per ogni mercante che osi incrociarne la rotta. I trattati e gli accordi commerciali non significano nulla per lui: qualsiasi nave che non sia protetta dall'insegna della Croce scarlatta e del Santo Guerriero è una preda legittima. La caccia è aperta.
E quando la campagna di mare si conclude, quando le stive sono colme di bottino, Azzolino approda a Caffa, dove sperpera il denaro come un principe in esilio. Trascorre le sue giornate tra i dadi e le sbronze, tra le femmine del porto e le taverne, vivendo ogni notte come fosse l'ultima.
Quando Luchino possedeva ancora la sua nave, avean condotto insieme molte imprese, tanto che fra di loro si era stretta un'amicizia fedele… Il corsaro nutriva per Luchino un affetto sincero, misto di ammirazione e di rispetto; questi a sua volta lo teneva carissimo per il ricordo delle comuni avventure e la certezza della sua devozione.
Un tempo, lui e Luchino erano compagni inseparabili. Quando ancora Luchino possedeva una sua nave, avevano solcato i mari insieme, condividendo imprese audaci e combattimenti furiosi. L'amicizia tra loro si è saldata nell'acciaio delle spade e nel sale del mare.
Azzolino nutre per Luchino un affetto sincero, un misto di ammirazione e rispetto. Luchino, a sua volta, lo considera un fratello d'armi, al quale è legato dal ricordo delle avventure condivise e dalla certezza di poter sempre contare su di lui.
È proprio per questo che, appena uscito dal Palazzo del Console, Luchino si dirige senza esitare verso il «Dragone», per confidargli il tormento che gli brucia il cuore e trovare in lui un alleato nella sua impresa.
Non appena Azzolino ascolta la storia del rifiuto di Pellegro, i suoi pugni si abbattono sul tavolo con un tonfo sordo. Senza dire una parola, tracanna d'un fiato un boccale colmo di vino, poi si asciuga i baffi con il dorso della mano e fissa l'amico dritto negli occhi.
Luchino continua a maledire Pellegro, il vecchio mercante, e si agita con furia mentre pensa a Fiammetta.
Azzolino, con un sorriso sfrontato e gli occhi che brillano di eccitazione, sbotta:
– Per San Rocco! – Sta tranquillo, e non ti disperare! Stanotte è luna chiara: conduciamo la fusta a Punta Tartara, dove ha le case il Console, scaliamo i muri e rubiamo la ragazza; poi drizziamo la prora a Trebisonda e dì a Pellegro che venga a cercarci! Non c'è fusta o galera caffalucca che possa dar la caccia al mio legno, e quell'Imperatore sarà troppo contento di averci ai suoi servigi, per pensare a tradirci! Coraggio, dico, e non piangere come una femminuccia che ha le doglie: segui il mio piano e ti giuro per San Giorgio che alla tua Fiamma ti ci potrai bruciare!
Ma Luchino scosta il boccale e scuote il capo. Il suo sguardo si fa più cupo, la sua voce più grave:
– No. Tu non capisci, Azzolino... Quando penso a Fiammetta, mi sento diverso, puro, buono. Piuttosto che farle violenza, morirei su questo banco. Io sono un gentiluomo, non un pirata.
Un lampo di sarcasmo brilla negli occhi di Azzolino:
– E allora dimenticala! Le donne non mancano, amico mio. Libere o schiave, cristiane o musulmane, nere o bianche, dolci o selvagge… Perché rovinarti la vita per una bambina che hai visto sì e no due volte?
Luchino si raddrizza, gli occhi ardenti di passione:
– Dimenticarla?! Ma se questo amore mi è necessario quanto l'aria che respiro! Se quando guardo le altre donne, mi sembrano streghe al confronto con lei! La sogno, la vedo ovunque. Ne morirò, ti dico!
E confessa, con voce spezzata:
– Ho lasciato per lei la Siciliana che mi invidiavano tutti gli uomini di Caffa, ho regalato a Tomello di Negro la mia bella schiava circassa, perché mi pareva di non poter pensare degnamente a una fanciulla virtuosa ed innocente come una Santa del Cielo finché avevo dattorno tali donne... E tu mi parli di dimenticare!... Vederla devo, e parlarle ad ogni costo...
Azzolino lo guarda per un lungo istante, poi, con un sorriso scaltro, si gira verso Stana, la zingara rimasta nell'ombra, e la chiama:
– Suvvia, vieni! Di' a questo cavaliere il suo destino.
Luchino si schermì, ma poi cedette e abbandonò la mano alla zingara che la prese fra le sue, piccole e brune, e si mise ad esaminarla attentamente...
– Sangue... Viaggi lontani... Ancora sangue... Amore; tanto amore! – mormorò la ragazza, aggrottando le ciglia, come per legger meglio nelle pieghe e nelle linee del palmo...
– Amore fortunato! – disse alfine alzando gli occhi in faccia al cavaliere e sorridendo con i denti bianchissimi, fra le labbra carnose ed accese...
Azzolino ride, divertito, ma Luchino rimane immobile, lo sguardo fisso su di lei, incerto se crederle, e trarne qualche conforto alla passione che gli divampa nel cuore. Poi, come un naufrago che si aggrappa a un relitto, si convince e, con un moto di gratitudine per averlo pur consolato, infila la mano nella borsa per darle una moneta. Ma la zingara si ritrae, non vuole denaro. Luchino la guarda un attimo, si china su di lei e la bacia in fronte.
Si volta quindi verso Azzolino, che ride bonario:
– Ci vedremo domani. So che posso contare su di te.
L'altro non lo lascia nemmeno finire:
– Per San Pietro! Conta su di me! La mia spada, la mia nave, il mio equipaggio… prendili, sono tuoi!
Poco dopo, il corsaro ronfa ubriaco contro la parete, mentre Luchino lascia il «Dragone» con il cuore ancora in tumulto.
I Genovesi mettono piede per la prima volta in Crimea nel 1269, quando Baldo Doria e Antonio dell'Orto, partiti da Galata, sulle rive del Bosforo, sbarcano sulla costa della Tauride.
I primi stabilimenti genovesi di Caffa datavano dal 1269, anno in cui Baldo Doria ed Antonio dell'Orto, provenienti da Galata sul Bosforo, posero stanza in Crimea.
Nei loro viaggi avevano notato la posizione vantaggiosa della Tauride che offriva un vastissimo campo all'attività commerciale dei trafficanti italiani.
Unita al continente da un istmo strettissimo, e come adagiata fra due golfi profondi la grande penisola dominava il Mar Nero, di fronte alle coste dell'Asia Minore. La regione era ricca, dolce il clima, e numerosi i porti naturali che offrivano alle navi un rifugio sicuro.
Nel corso dei loro viaggi, i due navigatori hanno osservato con occhio esperto le caratteristiche del territorio, riconoscendone subito l'eccezionale posizione strategica. La grande penisola, adagiata tra due golfi profondi e collegata alla terraferma da un sottile istmo, domina il Mar Nero, proprio di fronte alle coste dell'Asia Minore.
Il clima è mite, la terra fertile, e la costa disseminata di porti naturali, perfetti per offrire riparo sicuro alle navi.
Sfruttando questa consapevolezza, i mercanti genovesi scelgono la rada dell'antica Teodosia, ormai deserta da secoli, e la trasformano nel loro quartier generale. Ma per insediarsi stabilmente, devono ottenere il consenso del sovrano tartaro.
I Genovesi si rivolgono quindi al Kan di Kigiak, capo dell'«Orda d'Oro» e signore indiscusso della regione, chiedendo il permesso di costruire fondachi e magazzini sulle rive del mare. Il sovrano tartaro, vedendo l'opportunità di arricchirsi, accetta con estrema facilità e concede loro un'area limitata per impiantare il porto.
Ai Tartari, cattivi marinai, facevano difetto i mezzi necessari per esportare i prodotti del paese; d'altra parte acquistavan volentieri le mercanzie occidentali, specialmente le stoffe d'Italia e di Germania che avevano imparato ad apprezzare: non furono quindi riluttanti a stipulare con i nuovi venuti, un regolare trattato d'amicizia, che concedeva loro il monopolio del commercio in Crimea.
Per i Tartari, abili cavalieri ma pessimi marinai, la presenza di mercanti stranieri è un vantaggio: non possedendo i mezzi per esportare le loro ricchezze, traggono grande beneficio dalla vendita di pellicce, miele e grano, mentre in cambio acquistano stoffe d'Italia e di Germania, che hanno ormai imparato ad apprezzare.
L'accordo si traduce in un patto formale che garantisce ai Genovesi il monopolio del commercio in Crimea.
Per qualche tempo, i nuovi coloni rispettano le condizioni del trattato, che vieta loro di fortificare l'insediamento. Tuttavia, ben sanno che la protezione del Kan è precaria e che i Tartari, pur mostrando cordialità, sono sempre pronti al tradimento. La loro sicurezza è illusoria.
Così, con la consueta scaltrezza, i Genovesi iniziano ad espandere i propri confini con stratagemmi sottili.
Il territorio che avevano acquistato non era molto esteso, e conteneva pochi edifici importanti: con il pretesto che i magazzini non bastavano alle merci, sempre più numerose, ne costruirono degli altri, assai più vasti, estendendo così il loro possesso; poi lo recinsero con un largo fossato e un terrapieno.
Non si trattava di fortificazioni vere e proprie; ma, bene o male, la colonia era protetta contro un colpo di mano.
Dapprima, fingendo che i vecchi magazzini non bastino più a contenere le merci, costruiscono depositi più ampi, occupando sempre più territorio. Poi, con il pretesto di proteggere i loro beni dai saccheggiatori, scavano un largo fossato e innalzano un terrapieno attorno alla città.
Non sono ancora vere e proprie fortificazioni, ma la colonia è ora protetta da eventuali incursioni improvvise.
Quando i capi tartari esprimono dubbi e minacciano ritorsioni, i Genovesi rispondono con astuta diplomazia, assicurando che le difese non sono rivolte contro di loro, ma contro i Veneziani, storici nemici della Repubblica.
Dietro questa prima barriera, i coloni si affrettano però a scavare un secondo fossato, più profondo, e a rafforzarlo con un bastione in muratura, torri e controscarpe.
Così il borgo aperto si era venuto trasformando in una ben munita fortezza, capace di sfidare impunemente la collera dei Tartari e di ogni altro nemico, e nel corso di un secolo era giunto alla prosperità e allo splendore.
Così, nel giro di pochi anni, il borgo commerciale si trasforma in una vera e propria fortezza, capace di resistere agli attacchi di qualunque nemico, incluso il Kan stesso. E nel corso di un secolo, Caffa diventa prospera, potente, impenetrabile.
Con il passare del tempo, tra la prima e la seconda cinta muraria, gli abitanti più facoltosi iniziano a piantare orti e giardini. Qui, lontano dal caos del porto, sorgono ville e padiglioni eleganti, rifugi perfetti per sfuggire all'afosa frenesia cittadina.
Anche il Console Pellegro possiede una dimora estiva, un'elegante residenza immersa tra gli alberi, con vista sul mare.
Ed è proprio qui che Luchino Tarigo decide di recarsi.
Dopo una notte di febbrili tormenti e desideri ardenti, Luchino si sveglia con un unico pensiero: raggiungere Fiammetta. Sa che in quei giorni la fanciulla si trova nella villa del padre. Vederla è tutto ciò che conta.
Cedendo a un sentimento assai scusabile di vanità giovanile, aveva messo gli abiti più belli della sua guardaroba: di broccato d'argento. Aveva preso le armi più costose, cesellate e ingemmate, portava al collo una catena d'oro, secondo l'uso dei nobili del tempo, e sulla testa un tocco di velluto ornato da un fermaglio di gran pregio; ma per non dar nell'occhio si era avvolto in un ampio mantello alla moresca, scuro e senza ricami.
Con una certa vanità giovanile, sceglie i suoi abiti più raffinati: un elegante broccato d'argento, armi cesellate e ingemmate, una catena d'oro al collo, simbolo della sua nobiltà. Sulla testa porta un tocco di velluto, ornato da un fermaglio prezioso. Per non attirare troppa attenzione, si avvolge in un ampio mantello moresco, scuro e privo di ricami.
Lo accompagna uno schiavo africano, agile e forte come una pantera, l'unico servo che possiede – vinto ai dadi appena un mese prima da un mercante pisano.
Sciolto un caicco dagli ormeggi, i due si imbarcano e solcano in fretta la costa, fino a giungere nei pressi degli orti di Pellegro, chiusi dentro alte mura che si affacciano su una scogliera deserta.
Sbarcati in una piccola insenatura, dove le rocce formano un porto naturale nascosto, assicurano la barca e attraversano il greto fino a raggiungere il muro di cinta.
Luchino osserva la parete con attenzione: è nuova, liscia, alta, costruita chiaramente per scoraggiare gli intrusi. Ma un platano gigantesco allunga i suoi rami oltre la barriera.
Lo schiavo, rapido e preciso, lancia una corda e dopo qualche tentativo riesce ad afferrarsi al ramo, issandosi fino alla cima del muro. In un attimo, anche Luchino lo segue.
Dall'alto, ordina al servo di nascondersi tra il fogliame e poi si lascia cadere nel giardino.
Gli alberi e gli arbusti offrono riparo. Il cuore di Luchino batte forte. L'emozione lo stringe alla gola. Lui, che ha affrontato guerre e battaglie senza mai tremare, ora si sente timido e incerto, come un ragazzo inesperto al cospetto della prima fanciulla amata.
Raccolta la sua compostezza, avanza lentamente tra le siepi e le ombre, fino a uno spiazzo dove convergono più viali. Un banco di pietra, solitario e invitante, lo convince ad attendere lì. Se Fiammetta esce in giardino, di certo passerà per quel punto.
A due riprese, udendo passi vicini, fu sul punto di uscir dal nascondiglio, ma fu deluso nella sua speranza: eran di giardinieri o di famigli…
Finalmente si fecero sentire delle voci di donna: Fiammetta insieme a un'altra damigella veniva lentamente verso il banco.
Non grande, ma di giuste proporzioni, la figlia di Pellegro era vestita di una tunica lunga, verde-mare, serrata ai fianchi da un cordiglio d'oro; in capo aveva il «pezzotto» genovese che le cadeva a pieghe sulle spalle e non riusciva a celare la ricchezza delle sue treccie bionde: la dolcezza infantile dello sguardo, azzurro come il cielo del Tirreno; le sue fattezze regolari e fini; l'eleganza un po' acerba delle forme, tutto era degno di essere cantato nelle Corti d'Amore.
Più volte, il rumore di passi lo illude, ma sono servi e giardinieri. Luchino trattiene il respiro. Finalmente, voci femminili. Fiammetta appare, accompagnata da una damigella dai capelli castani.
La fanciulla indossa una tunica verde mare, stretta ai fianchi da una cintura dorata. Il pezzotto genovese le copre le spalle, ma non riesce a nascondere l'oro delle trecce. Gli occhi, azzurri e limpidi come il Tirreno, brillano di dolcezza infantile.
La sua compagna, ch'era vestita di rosso, era un poco più anziana e più robusta, con i capelli color delle castagne e gli occhi neri e vivaci.
Entrambe recavano grandi fasci di rose colte allora e destinate a farne confetture secondo l'uso bulgaro e turchesco.
L'istinto di Luchino lo aveva bene ispirato: le due fanciulle si sedettero sul banco e principiarono a sfogliare le rose, raccogliendone i petali in un lino; frattanto continuavano il discorso e quale fu la sorpresa dell'innamorato nascosto quando si accorse che parlavano di lui!
Accanto a lei, la sua compagna – una giovane donna dai capelli castani, un po' più grande e dalle forme più robuste – porta anch'ella un grande fascio di rose appena colte, destinate a essere trasformate in confetture, secondo un'usanza diffusa tra Bulgari e Turchi.
Entrambe si siedono su un banco di pietra, all'ombra dei giardini della villa, e cominciano a sfogliare i petali, raccogliendoli con cura in un lino bianco. Mentre le dita scorrono leggere tra le corolle profumate, il discorso prosegue con leggerezza, fino a toccare un nome che fa sobbalzare il cuore di un uomo nascosto tra le ombre.
Luchino trattiene il respiro. Stanno parlando di lui.
– Ma è proprio vero che sia così cattivo, Messer Luca Tarigo? – domandava Fiammetta all'amica. – A vederlo non sembra… Rassomiglia al San Giorgio dipinto sull'altare della Chiesa Maggiore. Quando sorride si direbbe buono…
– Dicono che anche il diavolo sia bello, per disgrazia di noi povere donne! – rispose sospirando la brunetta, che appariva assai tenera di cuore. – Certo Messer Pellegro sapeva il fatto suo, quando gli ha rifiutato la tua mano…
Fiammetta, con voce pensierosa, si chiede se davvero Messer Luca Tarigo sia così malvagio come lo descrivono. A vederlo, ammette, non sembrerebbe affatto: il suo volto le ricorda addirittura San Giorgio, quello dipinto sull'altare della Chiesa Maggiore; e quando sorride, si direbbe persino un uomo buono.
L'amica, con tono più scettico, le fa notare che anche il diavolo può esser bello, e che le donne, spesso, pagano cara questa verità. Poi aggiunge che il padre di Fiammetta, Messer Pellegro, deve aver avuto ottime ragioni per rifiutare la richiesta di matrimonio avanzata da Tarigo.
– Ma chi ti dice che gliel'abbia chiesta? A me mio padre non ha detto nulla… Dicono che il Tarigo sia l'amante di quella bella Siciliana bruna, che abbiamo visto l'altro giorno in piazza, con un codazzo di giovani signori…
– Ma ser Luca non c'era; e tutti affermano ch'egli l'ha abbandonata ed essa piange come una Maddalena… Ne parlava ieri sera mio fratello con Lorenzo Vivaldi… Io li ho sentiti dalla stanza vicina. Dicevano che in Caffa tutti parlano dell'innamoramento del Tarigo, che ti vuole a ogni costo. Alcuni temono ch'egli pensi a rapirti!… Io avrei paura…
Fiammetta sobbalza. Nessuno le ha parlato di questa richiesta: il padre non le ha detto nulla, e poi in città si vocifera che Tarigo sia l'amante di una splendida donna siciliana, la stessa vista pochi giorni prima in piazza, circondata da un corteo di giovan signori.
Ma la sua compagna non si lascia ingannare, e con un sorrisetto sornione le rivela che Tarigo non c'era e che anzi tutti sostengono che ser Luca quella donna l'abbia abbandonata, e che lei ora pianga come una Maddalena. Lo ha sentito con le sue orecchie la sera precedente, dal fratello che ne parlava con un amico.
E non basta. Aggiunge che a Caffa tutti mormorano della passione di Tarigo per Fiammetta, e che lui la desidera ad ogni costo. Alcuni addirittura temono che possa rapirla. Lei non si sentirebbe tranquilla al posto suo, confessa con un brivido.
Fiammetta non rispose; e chinò il capo sull'opera gentile: le sue dita tremavano fra le rose sfogliate…
L'amica la guardò attentamente, poi le cinse la vita e, sorridendo, le disse a bassa voce:
– Dimmi la verità, ti piace molto!… Vedi come arrossisci e come ti confondi… Sta attenta: egli è un terribile corsaro, e tu sei quasi ancora una bambina… Non sai nulla degli uomini e del mondo!…
La giovinetta, punta, balzò in piedi:
– Perchè mi dici questo? Tu sai che non l'ho visto che due volte... Per me è uno sconosciuto; solamente non lo credo crudele, e non lo temo... E se è vero che mi ama sono certa che egli saprà provarmelo mostrando il suo valore in qualche grande impresa, che costringa al silenzio gli invidiosi!...
Stava quasi per piangere, e l'altra che trionfava di avere penetrato il suo segreto, fuggì ridendo in direzione della casa.
Fiammetta non risponde subito. Abbassa il capo, continuando a sfogliare le rose, ma le sue dita tremano appena.
L'amica la osserva con attenzione. Poi, con fare affettuoso, le cinge la vita e, con un sorriso malizioso, le sussurra che non ha bisogno di nasconderlo: le piace davvero Luca Tarigo. Lo capisce dal modo in cui arrossisce, dal suo improvviso imbarazzo. Ma la mette in guardia: Tarigo è un corsaro, un uomo di mare, e lei è ancora una fanciulla, troppo giovane per comprendere il mondo e gli uomini.
Quelle parole colpiscono Fiammetta come una sfida. Si alza di scatto, ferita nell'orgoglio, e con foga ribatte che ha visto Tarigo soltanto due volte, e che per lei è solo uno sconosciuto, nulla di più.
Aggiunge che, se è vero che lui la ama, allora dovrà dimostrarlo con un'impresa degna del suo nome, qualcosa di così grandioso da costringere gli invidiosi al silenzio.
Le ultime parole le escono quasi con un tremito. Sente gli occhi umidi, sul punto di piangere.
L'amica la guarda con aria trionfante, convinta ormai di aver scoperto il suo segreto. Poi, ridendo di gusto, si alza e scappa verso la villa, lasciandola sola tra il profumo delle rose e il battito accelerato del cuore.
Luchino ha ascoltato il dialogo tra Fiammetta e la sua amica, anche il suo cuore è in tumulto. Ogni parola, ogni esitazione della fanciulla è una rivelazione. Ora non ha più dubbi: Fiammetta lo ama.
Un'onda di gioia lo travolge. Il desiderio di parlarle subito, di guardarla negli occhi e di sentire la sua voce, si fa irrefrenabile. Non può lasciarsi sfuggire quest'occasione.
Con gesto deciso, lascia scivolare il mantello bruno che finora ha nascosto la sua figura e avanza verso la radura. Fiero e splendido, emerge dalle ombre come un eroe di leggenda.
La fanciulla che già si disponeva a seguir la compagna, restò come impietrita nel vederlo, mentre il fardello dei petali raccolti le cadeva di mano.
Aprì le labbra come per gridare, ma Luchino non gliene lasciò il tempo: la fissò sorridendo e, inginocchiandosi, si scoprì il capo con gesto rispettoso, poi si mise a parlarle dolcemente:
– Non fuggite, Madonna; vi ho sentito e so che non mi giudicate male, perciò trovo il coraggio di parlarvi... In ginocchio, vedete, e umilmente. Vi ho chiesta a vostro padre in isposa ed egli mi ha respinto e mi ha umiliato; e giuro a Dio che se non fossi stato legato dal mio amore ne avrei tratto vendetta!... Credetemi, Fiammetta, voi siete la mia santa protettrice, quella che il Cielo ha eletto per la mia salvazione...
Fiammetta, che sta per seguire la compagna, si ferma di colpo. Sgrana gli occhi, il respiro le si mozza in gola. Le dita si aprono istintivamente e il fascio di petali raccolti scivola al suolo in una pioggia profumata.
Le labbra si socchiudono, forse per gridare, ma Luchino non le concede il tempo di farlo. Le rivolge un sorriso, poi, con un gesto solenne, si inginocchia davanti a lei, scoprendosi il capo con reverenza. La sua voce è bassa, dolce, supplice.
Voi sola avete su di me un potere che mi fa vostro schiavo e può purificarmi e rendermi migliore... No! Attendete!... Non ve ne andate ancora!... Non mi lasciate prima di avermi udito. Io vi giuro di compiere una impresa quale nessun Genovese ha mai tentato, nel nome di San Giorgio e della Croce... Voglio che al mio ritorno tutta Caffa benedica il mio nome! Soltanto vi domando una promessa: che mi siate fedele per un anno... Se dopo un anno non sarò tornato, sarete sciolta da qualsiasi legame... Ma vi assicuro che se avrò trionfato, voi potrete andar fiera ed orgogliosa di essere stata scelta da Luchino Tarigo!
Fiammetta lo ascolta come in un sogno. Tutto intorno sembra trasformarsi: l'aria si riempie del canto alto delle rondini, i gabbiani danzano nel vento, il cielo della Crimea è di un azzurro senza fine, due nuvole erranti si inseguono lente.
Dal basso, dalla scogliera battuta dalle onde, risale il canto eterno del mare, mentre il profumo di rose riempie ogni respiro.
Luchino si rialza. Il silenzio di Fiammetta è più eloquente di mille parole. Con audacia rinnovata, porta le sue mani alle labbra, le sfiora con dolcezza. Poi si china e le bacia la fronte.
Ma in quel momento, una voce squarcia l'incanto. L'amica, dalla villa, chiama Fiammetta. La fanciulla si ritrae di scatto, il petto sollevato dall'emozione.
– Lasciatemi! – gli disse la fanciulla arretrando. – Io sarò vostra, ve lo giuro Messer Luca, ma non approfittate della mia debolezza e non mi trattenete. Sentite... Mi chiamano: lasciatemi rientrare... Ma prima di partire, prendete questa croce... È benedetta e vi proteggerà contro i pericoli che dovrete affrontare.
Un secondo più tardi era sparita.
Restare oltre sarebbe una follia. Luchino lo sa. Ancora inebriato dall'incontro, si muove rapido verso il muro, dove trova il suo schiavo inquieto. Con la stessa destrezza con cui è entrato, scavalca la cinta, scende fino al caicco e si allontana senza esser visto. In pochi istanti, l'imbarcazione lo riporta alla gettata da cui era partito.
Ma ora nulla è più lo stesso.
La folla di Caffa gli dà fastidio, il frastuono del porto lo irrita. Il suo unico desiderio è stare solo con la sua felicità, custodirla nel cuore come un tesoro segreto.
E adesso, c'è solo un pensiero nella mente: l'impresa. Una spedizione così audace, così gloriosa, da oscurare la fama dei più grandi navigatori.
Superare chiunque abbia mai violato mari sconosciuti, scoperto terre misteriose, fondato nuovi regni. E l'idea, che da tempo germogliava nella sua mente, ora prende forma con chiarezza perfetta.
Avrebbero visto i mercanti caffesi, così orgogliosi dei loro trionfi nelle competizioni e nei commerci del Mar Nero, di cosa era capace quel Tarigo che avevano trattato da pirata perché sdegnava il lucro dei negozi, e non poteva soffrire i mille vincoli di una vita tranquilla!...
Nella imminente guerra contro i Tartari, a lui sarebbe spettato tutto il merito di una vittoria senza precedenti.
Egli non dubitava del successo.
Vuole dimostrare a Caffa di che pasta è fatto. Quei mercanti ottusi, che lo hanno sempre guardato con sospetto, che lo hanno trattato da pirata, vedranno cosa sa fare Luchino Tarigo.
Quando fu giunto al suo modesto alloggio e si fu chiuso nella sua stanzetta, fra quattro mura coperte di ogni sorta di strumenti guerreschi – corazze fiorentine e milanesi, cotte di maglia, morioni e celate, stocchi e daghe; mazze d'armi, balestre, scimitarre, zagaglie, giavellotti, rotelle e scudi di tutte le forme – prese a scartabellare portolani, a confrontare rotte e itinerari, col compasso alla mano.
Rientrato nella sua modesta dimora, si chiude nella stanza. Le pareti sono coperte di armi, trofei raccolti nel corso di mille battaglie: corazze fiorentine e milanesi, cotte di maglia, morioni, scudi, balestre, scimitarre, giavellotti.
Si siede al tavolo e srotola le sue carte di navigazione. Con il compasso alla mano, confronta rotte e itinerari, traccia linee, calcola distanze. L'intera notte scorre così.
Mentre Luchino è ancora immerso nei suoi studi, il suo schiavo lo chiama per la cena. Proprio in quell'istante, la porta si apre. Azzolino entra, con l'aria di chi si è appena staccato da una coppa di vino.
Luchino lo invita a sedersi. Il tavolo è imbandito con un quarto di capretto, riso, olive nere e pesce affumicato. Azzolino non si fa pregare. Mangia senza parlare, interrompendosi solo per riempire il bicchiere.
Intanto, Luchino gli espone il piano.
Finalmente quando ebbero finito, l'uno di dire e l'altro di mangiare, il corsaro a sua volta entrò a discutere le proposte e i disegni del compagno.
Benché fosse sedotto e conquistato dalla genialità dell'idea, ne misurava appieno tutte le difficoltà e tutti i rischi, ma anch'egli, sia pure per cause diverse e meno nobili, aveva da un pezzo detto addio a ogni prudenza e per la prospettiva di una preda come quella che già intravedeva attraverso ai discorsi di Luchino, era pronto a gettarsi nel cimento.
Azzolino si passa una mano sulla barba, riflette. Il progetto è geniale, ma anche pericoloso. Ma che importa? Anche lui ha da tempo rinunciato alla prudenza. Si alza, si stringe la cintura e dichiara:
– Siamo intesi! Dovunque sarai tu ci sarò anch'io; per la vita e per la morte; se anche dovessimo mettere a sacco l'inferno e rubare la corona a Satanasso! Anzi se quei signori del Consiglio non vorranno concederti una squadra, – ed ho paura che non lo faranno, perché son duri come tanti muli coi loro pregiudizi di vecchioni – se, dico, non vorranno darti ascolto, questi tirchi e ostinati caffalucchi; tenteremo da soli la fortuna! Il mondo è fatto per chi sappia osare... E tanto meglio se saremo in pochi: saran più grosse le parti di bottino!
– Siamo intesi! Dovunque andrai, io verrò con te. Per la vita e per la morte.
Poi sogghigna, con la solita sfrontatezza:
– E se quei vecchi rimbambiti del Consiglio non ti daranno una flotta, poco importa. Ce ne andremo da soli. Tanto meglio!
Ride e alza il boccale:
– Meno uomini, più bottino!
Luchino lo guarda. Sa di poter contare su di lui.
L'impresa ha inizio.
Discorso di Luca Tarigo al Consiglio e al Senato della città di Caffa
Magnifici Signori del Consiglio, e Molto Illustri Senatori di Caffa, io non voglio fiorire il mio discorso di inutili ornamenti... Sarò breve, secondo il buon costume genovese.
Voi sapete, che avremo presto la guerra con i Tartari e forse l'«Orda d'oro» si avanza già verso Caffa... Io non lo dico per volere spaventarvi. Perché certo, dietro le torri ed i bastioni eretti da Gottifredo di Zoaglio, possiamo tenerci sicuri che i barbari non verranno a cercarci!...
Trent'anni fa i nostri padri seppero resistere a Toris, Imperator della Tana, e gli uccisero più di cinquemila dei suoi, sicché egli mandò in Genova un legato per chieder pace al Doge Boccanegra e offrir di risarcire alla Repubblica tutti i danni arrecati...
Ma da quel tempo i Tartari hanno appreso a non esporsi alle spade genovesi in campo aperto. Vedrete che stavolta cercheranno di ridurci per fame, vietandoci entroterra ogni commercio, e facendo il deserto intorno a noi...
La guerra in questo modo potrebbe durare anche un secolo senza venire ad una conclusione, e intanto tutte le nostre colonie di Gazaria, ora così fiorenti e così ricche, un po' alla volta andrebbero in rovina.
Esiste un solo mezzo di evitarlo ed io ve lo propongo, e vi scongiuro di non respingerlo così alla leggera... Non aspettiamo il nemico di piè fermo, ma attacchiamolo a fondo in casa sua, dove meno egli attende il nostro assalto! Datemi quattro navi ed io vi giuro che mi sento capace di condurle davanti alla città del Kan di Kigiak, Sarai la Ricca, e di imporgli la pace...
Risaliremo il Tanai fino al punto che è più prossimo al Volga; lì, trarremo in secco le navi, e trascinandole attraverso la steppa raggiungeremo il corso del gran fiume che ci condurrà in breve al mare chiuso, sulle cui rive i Tartari possiedono le sedi più recondite e sicure...
I rari trafficanti moscoviti ed armeni che osano spingersi fino in quei paraggi, narrano meraviglie di quei luoghi, non meno ricchi della Persia e del Catajo...
Con la squadra che voi mi affiderete metterò tutto il Caspio a ferro e a fuoco, finché la forza tartara non pieghi, rotta e umiliata sotto i nostri colpi...
E così la nazione genovese avrà scritto la pagina più bella che gli annali di un popolo cristiano possano avere in sorte di segnare!
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Il romanzo di Alessandro Augusto Monti si compone di 40 capitoletti, i primi cinque dei quali abbiam riassunto sopra. [iii-2025]