Una giornata

di Luigi Pirandello

ffrontare Una giornata significa entrare in uno dei testi più vertiginosi dell'ultimo Luigi Pirandello (1867-1936), pubblicato nel 1935 e confluito nelle Novelle per un anno, il grande laboratorio narrativo che accompagnò lo scrittore agrigentino per tutta la vita. Siamo negli anni estremi, successivi al Nobel del '34: la sua scrittura si è fatta più scarna, più allucinata, più essenziale. Qui, un uomo viene espulso da un treno nel cuore della notte e, senza memoria di sé, attraversa una città sconosciuta che pure sembra riconoscerlo. La giornata che segue è insieme itinerario reale e parabola esistenziale: un'intera vita compressa in poche ore, tra spaesamento, riconoscimenti sociali, ricchezze improvvise, una casa, una donna, dei figli. Nulla è spiegato, nulla è garantito; il lettore è trascinato in una condizione di incertezza radicale, dove l'identità personale si rivela fragile costruzione e il tempo si deforma fino a farsi esperienza interiore, non più misura oggettiva. ✦

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UNA GIORNATA*
Testo : 1/10

Strappato dal sonno, forse per sbaglio, e buttato fuori dal treno in una stazione di passaggio. Di notte; senza nulla con me.
Non riesco a riavermi dallo sbalordimento. Ma ciò che più mi impressiona è che non mi trovo addosso alcun segno della violenza patita; non solo, ma che non ne ho neppure una immagine, neppur l'ombra confusa d'un ricordo.
Mi trovo a terra, solo, nella tenebra d'una stazione deserta; e non so a chi rivolgermi per sapere che m'è accaduto, dove sono.
Ho solo intravisto un lanternino cieco, accorso per richiudere lo sportello del treno da cui sono stato espulso. Il treno è subito ripartito. È subito scomparso nell'interno della stazione quel lanternino, col riverbero vagellante del suo lume vano. Nello stordimento, non m'è nemmen passato per il capo di corrergli dietro per domandare spiegazioni e far reclamo.
Ma reclamo di che?
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* Luigi Pirandello. Una giornata. In: Novelle per un anno. Mondadori, 1964.

Il protagonista si risveglia gettato fuori da un treno, senza memoria né ferite visibili: lo sgomento nasce non tanto dalla violenza subìta quanto dall'assenza di ricordo. È l'inizio di uno smarrimento ontologico, più che narrativo.

UNA GIORNATA
Testo : 2/10

Con infinito sgomento m'accorgo di non aver più idea d'essermi messo in viaggio su un treno. Non ricordo più affatto di dove sia partito, dove diretto; e se veramente, partendo, avessi con me qualche cosa. Mi pare nulla.
Nel vuoto di questa orribile incertezza, subitamente mi prende il terrore di quello spettrale lanternino cieco che s'è subito ritirato, senza fare alcun caso della mia espulsione dal treno. È dunque forse la cosa più normale che a questa stazione si scenda così?
Nel bujo, non riesco a discernerne il nome. La città mi è però certamente ignota. Sotto i primi squallidi barlumi dell'alba, sembra deserta. Nella vasta piazza livida davanti alla stazione c'è un fanale ancora acceso. Mi ci appresso; mi fermo e, non osando alzar gli occhi, atterrito come sono dall'eco che hanno fatto i miei passi nel silenzio, mi guardo le mani, me le osservo per un verso e per l'altro, le chiudo, le riapro, mi tasto con esse, mi cerco addosso, anche per sentire come son fatto, perché non posso più esser certo nemmeno di questo: ch'io realmente esista e che tutto questo sia vero.

È dell'esistenza tout court di tutto, che dubita: di chi egli sia, ma ancor prima, in qualche modo, se egli addirittura esista davvero, e che davvero esista quel che lo circonda.

UNA GIORNATA
Testo : 3/10

Poco dopo, inoltrandomi fin nel centro della città, vedo cose che a ogni passo mi farebbero restare dallo stupore, se uno stupore più forte non mi vincesse nel vedere che tutti gli altri, pur simili a me, ci si muovono in mezzo senza punto badarci, come se per loro siano le cose più naturali e più solite. Mi sento come trascinare, ma anche qui senz'avvertire che mi si faccia violenza. Solo che io, dentro di me, ignaro di tutto, sono quasi da ogni parte ritenuto. Ma considero che, se non so neppur come, né di dove, né perché ci sia venuto, debbo aver torto io certamente e ragione tutti gli altri che, non solo pare lo sappiano, ma sappiano anche tutto quello che fanno sicuri di non sbagliare, senza la minima incertezza, così naturalmente persuasi a fare come fanno, che m'attirerei certo la maraviglia, la riprensione, fors'anche l'indignazione se, o per il loro aspetto o per qualche loro atto o espressione, mi mettessi a ridere o mi mostrassi stupito. Nel desiderio acutissimo di scoprire qualche cosa, senza farmene accorgere, debbo di continuo cancellarmi dagli occhi quella certa permalosità che di sfuggita tante volte nei loro occhi hanno i cani. Il torto è mio, il torto è mio, se non capisco nulla, se non riesco ancora a raccapezzarmi. Bisogna che mi forzi a far le viste d'esserne anch'io persuaso e che m'ingegni di far come gli altri, per quanto mi manchi ogni criterio e ogni pratica nozione, anche di quelle cose che pajono più comuni e più facili.

Attraversa la città sconosciuta, osservando uomini e cose che sembrano muoversi secondo regole chiare a tutti tranne che a lui. E s'intesta il torto di non capirci nulla, e si "ingegna" ad apparire non diverso dagli altri, pur se non gli riesce di raccapezzarsi.

UNA GIORNATA
Testo : 4/10

Non so da che parte rifarmi, che via prendere, che cosa mettermi a fare.
Possibile però ch'io sia già tanto cresciuto, rimanendo sempre come un bambino e senz'aver fatto mai nulla? Avrò forse lavorato in sogno, non so come. Ma lavorato ho certo; lavorato sempre, e molto, molto. Pare che tutti lo sappiano, del resto, perché tanti si voltano a guardarmi e più d'uno anche mi saluta, senza ch'io lo conosca. Resto dapprima perplesso, se veramente il saluto sia rivolto a me; mi guardo accanto; mi guardo dietro. Mi avranno salutato per sbaglio? Ma no, salutano proprio me. Combatto, imbarazzato, con una certa vanità che vorrebbe e pur non riesce a illudersi, e vado innanzi come sospeso, senza potermi liberare da uno strano impaccio per una cosa – lo riconosco – veramente meschina: non sono sicuro dell'abito che ho addosso; mi sembra strano che sia mio; e ora mi nasce il dubbio che salutino quest'abito e non me. E io intanto con me, oltre a questo, non ho più altro!

Lo riconoscono, e tutti sono gentili, disponibili e rispettosi con lui: ma gli sono sconosciuti, e la cosa lo imbarazza; come lo imbarazza l'abito che veste, ché non lo sente suo.

UNA GIORNATA
Testo : 5/10

Torno a cercarmi addosso. Una sorpresa. Nascosta nella tasca in petto della giacca tasto come una bustina di cuojo. La cavo fuori, quasi certo che non appartenga a me ma a quest'abito non mio. È davvero una vecchia bustina di cuojo, gialla scolorita slavata, quasi caduta nell'acqua di un ruscello o d'un pozzo e ripescata. La apro, o, piuttosto, ne stacco la parte appiccicata, e vi guardo dentro. Tra poche carte ripiegate, illeggibili per le macchie che l'acqua v'ha fatte diluendo l'inchiostro, trovo una piccola immagine sacra, ingiallita, di quelle che nelle chiese si regalano ai bambini e, attaccata ad essa quasi dello stesso formato e anch'essa sbiadita, una fotografia. La spiccico, la osservo. Oh! È la fotografia di una bellissima giovine, in costume da bagno, quasi nuda, con tanto vento nei capelli e le braccia levate vivacemente nell'atto di salutare. Ammirandola, pur con una certa pena, non so, quasi lontana, sento che mi viene da essa l'impressione, se non proprio la certezza, che il saluto di queste braccia, così vivacemente levate nel vento, sia rivolto a me. Ma per quanto mi sforzi, non arrivo a riconoscerla. È mai possibile che una donna così bella mi sia potuta sparire dalla memoria, portata via da tutto quel vento che le scompiglia la testa? Certo, in questa bustina di cuojo caduta un tempo nell'acqua, quest'immagine, accanto all'immagine sacra, ha il posto che si dà a una fidanzata.

Il ritrovamento della bustina di cuoio in una tasca, con "una piccola immagine sacra ingiallita", la fotografia e il denaro, introduce un indizio di identità: un passato possibile, una fede, una donna, una posizione economica. Ma tutto resta dubbio, fumoso.

UNA GIORNATA
Testo : 6/10

Torno a cercare nella bustina e, più sconcertato che con piacere, nel dubbio che non m'appartenga, trovo in un ripostiglio segreto un grosso biglietto di banca, chi sa da quanto tempo lì riposto e dimenticato, ripiegato in quattro, tutto logoro e qua e là bucherellato sul dorso delle ripiegature già lise.
Sprovvisto come sono di tutto, potrò darmi ajuto con esso? Non so con qual forza di convinzione, l'immagine ritratta in quella piccola fotografia m'assicura che il biglietto è mio. Ma c'è da fidarsi d'una testolina così scompigliata dal vento? Mezzogiorno è già passato; casco dal languore: bisogna che prenda qualcosa, ed entro in una trattoria.
Con maraviglia, anche qui mi vedo accolto come un ospite di riguardo, molto gradito. Mi si indica una tavola apparecchiata e si scosta una seggiola per invitarmi a prender posto. Ma io son trattenuto da uno scrupolo. Fo cenno al padrone e, tirandolo con me in disparte, gli mostro il grosso biglietto logorato. Stupito, lui lo mira; pietosamente per lo stato in cui è ridotto, lo esamina; poi mi dice che senza dubbio è di gran valore ma ormai da molto tempo fuori di corso. Però non tema: presentato alla banca da uno come me, sarà certo accettato e cambiato in altra più spicciola moneta corrente.
Così dicendo il padrone della trattoria esce con me fuori dell'uscio di strada e m'indica l'edificio della banca lì presso.

Anche il ritrovamento della banconota è inquietante: "ormai da molto tempo fuori corso" (che il protagonista provenga da un'altra dimensione?), epperò facilmente cedibile in cambio di "tanti e poi tanti" nuovi biglietti di banca.

UNA GIORNATA
Testo : 7/10

Ci vado, e tutti anche in quella banca mi si mostrano lieti di farmi questo favore. Quel mio biglietto – mi dicono – è uno dei pochissimi non rientrati ancora alla banca, la quale da qualche tempo a questa parte non dà più corso se non a biglietti di piccolissimo taglio. Me ne dànno tanti e poi tanti, che ne resto imbarazzato e quasi oppresso. Ho con me solo quella naufraga bustina di cuojo. Ma mi esortano a non confondermi. C'è rimedio a tutto. Posso lasciare quel mio danaro in deposito alla banca, in conto corrente. Fingo d'aver compreso; mi metto in tasca qualcuno di quei biglietti e un libretto che mi dànno in sostituzione di tutti gli altri che lascio, e ritorno alla trattoria. Non vi trovo cibi per il mio gusto; temo di non poterli digerire.

Perciò adesso ha anche un conto in banca, con così tanto denaro... da sentirsene "imbarazzato e quasi oppresso"...

UNA GIORNATA
Testo : 8/10

Ma già si dev'esser sparsa la voce ch'io, se non proprio ricco, non sono certo più povero; e infatti, uscendo dalla trattoria, trovo un'automobile che m'aspetta e un autista che si leva con una mano il berretto e apre con l'altra lo sportello per farmi entrare. Io non so dove mi porti. Ma com'ho un'automobile, si vede che, senza saperlo, avrò anche una casa. Ma sì, una bellissima casa, antica, dove certo tanti prima di me hanno abitato e tanti dopo di me abiteranno. Sono proprio miei tutti questi mobili? Mi ci sento estraneo, come un intruso. Come questa mattina all'alba la città, ora anche questa casa mi sembra deserta; ho di nuovo paura dell'eco che i miei passi faranno, movendomi in tanto silenzio. D'inverno, fa sera prestissimo; ho freddo e mi sento stanco.

...e per di più, senza saperlo, sono sue anche un'automobile con autista e una bella casa antica, dove c'è una donna ad aspettarlo.

UNA GIORNATA
Testo : 9/10

Mi faccio coraggio; mi muovo; apro a caso uno degli usci; resto stupito di trovar la camera illuminata, la camera da letto e, sul letto, lei, quella giovine del ritratto, viva, ancora con le due braccia nude vivacemente levate, ma questa volta per invitarmi ad accorrere a lei e per accogliermi tra esse, festante.
È un sogno?
Certo, come in un sogno, lei su quel letto, dopo la notte, la mattina all'alba, non c'è più. Nessuna traccia di lei. E il letto, che fu così caldo nella notte, è ora, a toccarlo, gelato, come una tomba. E c'è in tutta la casa quell'odore che cova nei luoghi che hanno preso la polvere, dove la vita è appassita da tempo, e quel senso d'uggiosa stanchezza che per sostenersi ha bisogno di ben regolate e utili abitudini. Io ne ho avuto sempre orrore. Voglio fuggire. Non è possibile che questa sia la mia casa. Questo è un incubo. Certo ho sognato uno dei sogni più assurdi. Quasi per averne la prova, vado a guardarmi a uno specchio alla parete dirimpetto, e subito ho l'impressione d'annegare, atterrito, in uno smarrimento senza fine. Da quale remota lontananza i miei occhi, quelli che mi par d'avere avuti da bambino, guardano ora, sbarrati dal terrore, senza potersene persuadere, questo viso di vecchio? Io, già vecchio? Così subito? E com'è possibile?

L'ingresso nella casa e l'incontro con la giovane sembrano promettere un approdo; e tuttavia la scena si incrina, si sfalda, lasciando emergere una dimensione più cupa, dove il tempo accelera fino a bruciare le età.

UNA GIORNATA
Testo : 10/10

Sento picchiare all'uscio. Ho un sussulto. M'annunziano che sono arrivati i miei figli.
I miei figli?
Mi pare spaventoso che da me siano potuti nascere figli. Ma quando? Li avrò avuti jeri. Jeri ero ancora giovane. È giusto che ora, da vecchio, li conosca.
Entrano, reggendo per mano bambini, nati da loro. Subito accorrono a sorreggermi; amorosamente mi rimproverano d'essermi levato di letto; premurosamente mi mettono a sedere, perché l'affanno mi cessi. Io, l'affanno? Ma sì, loro lo sanno bene che non posso più stare in piedi e che sto molto molto male.
Seduto, li guardo, li ascolto; e mi sembra che mi stiano facendo in sogno uno scherzo.
Già finita la mia vita?
E mentre sto a osservarli, così tutti curvi attorno a me, maliziosamente, quasi non dovessi accorgermene, vedo spuntare nelle loro teste, proprio sotto i miei occhi, e crescere, crescere non pochi, non pochi capelli bianchi.
– Vedete, se non è uno scherzo? Già anche voi, i capelli bianchi.
E guardate, guardate quelli che or ora sono entrati da quell'uscio bambini: ecco, è bastato che si siano appressati alla mia poltrona: si son fatti grandi; e una, quella, è già una giovinetta che si vuol far largo per essere ammirata. Se il padre non la trattiene, mi si butta a sedere sulle ginocchia e mi cinge il collo con un braccio, posandomi sul petto la testina.
Mi vien l'impeto di balzare in piedi. Ma debbo riconoscere che veramente non posso più farlo. E con gli stessi occhi che avevano poc'anzi quei bambini, ora già così cresciuti, rimango a guardare finché posso, con tanta tanta compassione, ormai dietro a questi nuovi, i miei vecchi figliuoli.

L'arrivo dei figli e la metamorfosi improvvisa delle generazioni portano il racconto a un culmine visionario: la vita intera appare consumata in un lampo, sotto lo sguardo impotente del protagonista.

* * *

🔎 I temi centrali di questa novella sono l'identità, il tempo e l'estraneità alla vita. Pirandello radicalizza qui la sua intuizione più celebre – quella per cui l'io è una costruzione mobile, una forma imposta dalla società – fino a mostrarci un uomo che non possiede neppure più quella forma.
Egli non sa chi sia, si sente un viaggiatore senza bagaglio in un mondo indifferente, ma tutti sembrano saperlo per lui. È lo sguardo altrui a conferirgli consistenza: lo salutano, lo riconoscono, lo servono, lo accolgono come persona di riguardo. Il suo io è ciò che gli altri suppongono che lui sia.
E tuttavia non riesce ad aderire a quell'immagine, alla forma esteriore che gli altri gli impongono. La frattura tra interiorità e ruolo sociale, già esplorata in Il fu Mattia Pascal e in Uno, nessuno e centomila, qui si fa assoluta: non c'è più nemmeno il conflitto cosciente, bensì soltanto il vuoto.

L'intera narrazione è costruita come una compressione temporale: dall'alba alla notte, e insieme dall'infanzia (forse, proprio dalla nascita: "buttato fuori") alla vecchiaia. La giornata è una metafora della vita, l'esperienza soggettiva di un tempo che sfugge, che precipita, che non coincide con la percezione interiore.
Quando il protagonista si specchia, e con gli occhi di bambino vede un volto di vecchio, la rivelazione non è semplicemente biologica: è la scoperta che la vita si è compiuta senza che lui l'abbia abitata consapevolmente.
Qui Pirandello tocca un nervo esistenziale che la critica ha spesso accostato alla sensibilità novecentesca più inquieta: la percezione della modernità come perdita di continuità.

Lo stile è coerente con questa visione. La prosa è scarna, ellittica, priva di spiegazioni psicologiche. Le frasi brevi dell'incipit – "Strappato dal sonno, forse per sbaglio…" – hanno un andamento quasi teatrale, come didascalie di una scena già iniziata. Non c'è un narratore che chiarisca; tutto è filtrato dalla coscienza attonita del protagonista.
L'uso insistito dell'interrogativa ("Reclamo di che?", "Si scende così?", "Senz'aver fatto mai nulla?", "Salutato per sbaglio?", "È un sogno?", "Io, già vecchio?", "I miei figli?", "Già finita la vita?") crea un ritmo spezzato, che riproduce lo smarrimento. La realtà non è negata: è percepita come estranea, come se il mondo fosse già dato e l'io vi fosse capitato per errore.

Anche il tono è decisivo. Non c'è pathos enfatico, non c'è tragedia gridata. C'è piuttosto una sorta di candore atterrito, che talvolta sfiora l'ironia.
Quando l'uomo sospetta che salutino l'abito e non lui, siamo di fronte a un'eco sottile della riflessione pirandelliana sulla "maschera": l'abito sociale precede la persona. Ma qui l'ironia è quasi smorzata; prevale una commozione diffusa, come quando, nell'ultima scena, il protagonista guarda i figli che invecchiano sotto i suoi occhi, e dove la morte, in un abbandono orrendo, è espulsione solitaria dalla vita, senza casa né legami autentici: una delle pagine più struggenti di tutto Pirandello: senza discussione, senza ribellione, solo uno sguardo pieno di "tanta tanta compassione".

In questa novella estrema, l'autore sembra portarci al limite della sua poetica. La "vita" non riesce più neppure a opporsi alla "forma"; è semplicemente trascorsa. L'individuo, più che di aver vissuto, scopre di esser stato vissuto lui dal tempo. E il lettore, come accade nei racconti più alti, non riceve consolazione di sorta: resta sospeso, costretto ad abitare l'incertezza.

👉 Atmosfera onirica

La novella, come gran parte delle opere della fase surrealista e metafisica di Pirandello, è intrisa di elementi onirici che creano un'atmosfera tra sogno, allucinazione delirante e straniamento esistenziale, amplificando la dissoluzione dell'identità e del tempo.
La narrazione si svolge in un contesto privo di spessore spazio-temporale, con immagini sfocate e rarefatte come un sogno (il protagonista che si sveglia su un treno buio, espulso in una stazione ignota dove nessuno si cura di lui, e il lanternino del capostazione che svanisce nell'oscurità indifferente).
La realtà appare allucinata e surreale, con luoghi e azioni che si susseguono senza logica razionale, evocando un incubo agorafobico dove il mondo esterno è estraneo e ostile.
Il tempo si contrae oniricamente in distorsioni temporali e visioni: una giornata racchiude un'intera vita, con l'invecchiamento rapido dei familiari sotto gli occhi del protagonista, che passa da giovane ad anziano in sequenze analettiche sfocate come sogni.
L'incontro con la giovane donna sul letto è un flashback onirico euforico ma illusorio, appartenente a un passato svanito, che distorce la cronologia e sfuma nel risveglio allucinato.

👉 Risvegli e straniamento

I "risvegli dolorosi" strutturano il racconto come momenti traumatici di straniamento e disinganno, culminando in una presa di coscienza caotica dove il protagonista osserva se stesso e gli altri in proiezioni esterne, staccate dal corpo, in un'atmosfera di confusione primigenia e relatività assoluta, sfocianti alfine nell'accettazione della morte.
– Primo risveglio: espulsione dal treno
Il protagonista è "strappato dal sonno" e "buttato fuori" da un treno in una stazione ignota di notte, senza bagaglio né ricordi, in un risveglio violento che genera smarrimento totale e agorafobia all'alba silenziosa.
– Secondo risveglio: la villa e la giovine
Dopo aver cambiato la banconota e raggiunto una villa antica sentendosi estraneo, apre una porta e vede la giovane del ritratto viva sul letto, in un'illusione festante (forse unica esperienza consolatoria, quella del suo amore) che si rivelerà però sogno: al mattino, il letto è gelato come una tomba, la casa polverosa e vuota.
– Terzo risveglio: l'invecchiamento e la morte
Invecchiato, vede arrivare figli e nipoti che crescono fulmineamente sotto i suoi occhi; tenta di alzarsi ma il corpo non risponde, consapevole che la vita è finita, in un ultimo disinganno dove la morte sopraggiunge quale definitivo abbandono.
Il contrasto strutturale tra euforìa e disforìa, tra momenti di apparente rinascita e pienezza identitaria, e momenti traumatici d'estraneità irrimediabile agli "altri" e d'accelerazione temporale, riflette la filosofia pirandelliana dell'umorismo: l'euforìa è maschera effimera che cela la tragicità della condizione umana, dove ogni slancio vitalistico precipita nel vuoto onirico e nella coscienza della finitezza.

Pirandello e Kafka

📌 È impossibile non cogliere i paralleli di questa novella con l'universo di Franz Kafka.  Sebbene Pirandello approdi alle stesse atmosfere attraverso il relativismo psicologico e Kafka tramite l'angoscia esistenziale, le analogie sono profonde: il risveglio traumatico del protagonista riecheggia il "Che cosa mi è successo?" di Gregor Samsa nella Metamorfosi, come pure l'arresto immotivato di Josef K. nel Processo.

Come Samsa si sveglia insetto senza spiegazione razionale, chiedendosi la causa del suo mutamento, il viaggiatore di Una giornata è espulso dal treno in una stazione ignota, privo di memoria e identità, in un trauma che dissolve la continuità esistenziale.

Entrambi incarnano l'alienazione dell'individuo moderno, intrappolato in un mondo burocratico e incomprensibile, dove il corpo e la realtà sfuggono al controllo della coscienza lucida.

L'arresto di Josef K. "senza che avesse fatto nulla di male" simboleggia l'assurdità giudiziaria, parallela all'espulsione pirandelliana dal "treno della vita" senza motivo apparente: entrambi subiscono un'interruzione arbitraria del flusso vitale, accusati dall'esistenza stessa.

In Pirandello, però, prevale l'umorismo relativista e l'onirico dissolvimento temporale, mentre Kafka accentua il senso di colpa e la burocrazia oppressiva.

Nella novella, e in gran parte dell'opera dello scrittore siciliano, riecheggia il male di vivere del Novecento, un'alienazione esistenziale che non è mera malattia fisica, ma crisi ontologica dell'io moderno, simile a quella kafkiana.

Non si tratta di una patologia organica, ma di un "inanismo contemporaneo" – spossatezza morale, nausea, perdita di certezze – generato dalla alienazione meccanica che accompagna il progresso tecnico-scientifico, dal relativismo conoscitivo nel venir meno delle verità assolute, dalla dissoluzione delle "forme" identitarie che intrappolano l'uomo in maschere effimere e risvegli traumatici.

Pirandello lo diagnostica come nevrosi della modernità: l'individuo, espulso dal "treno della vita" come Samsa dal suo corpo o Josef K. dalla società, patisce un disagio psichico universale, tra euforìa illusoria e disforìa abissale.

Questa "febbre" simboleggia l'angoscia del tempo accelerato e dell'estraneità: non un male curabile dalla scienza, ma il segno di un'umanità smarrita in un sogno angoscioso, senza principio né fine, perseguitata dal pessimismo e dall'incapacità di volere.

Come in Kafka, è il disagio dell'uomo razionale di fronte allo sfaccettamento della realtà, un'inettitudine cronica che Pirandello eleva a poetica umoristica, rivelando la tragicità dietro l'assurdità apparente.

Fonti dei testi

[ddf, ii-2026]