Frammenti d'autore

Lezioni sull'antifascismo(Q)

💬 Altiero Spinelli

GLI ANTIFASCISTI IN GALERA (6/7)

Ed ora, a conclusione, riassumerò brevemente le successive ondate di arresti di questo periodo, per darvi una idea approssimativa del ritmo dell'attività cospirativa e della repressione poliziesca.

Alla fine del 1926, con l'introduzione delle leggi speciali, hanno luogo grosse retate in tutta Italia, dirette ad arrestare gli antifascisti noti alla polizia che non hanno potuto né fuggire all'estero né sparire nella clandestinità. Le isole si riempiono di democratici aventiniani, di comunisti e di anarchici. In carcere vanno soprattutto dirigenti e deputati comunisti, in attesa del grande processo Gramsci e compagni, che questa volta non si sarebbe concluso come quello del 1923 contro Bordiga.

Il partito comunista, già attrezzato per l'illegalità, mantiene la sua rete organizzativa e comincia subito a metter fuori giornali clandestini, stampati o ciclostilati. Nel 1927 e 1928 la polizia riesce però a stroncarne con una serie di grandi arresti l'organizzazione.

Fra la fine del 1928 e la fine del 1929 la cospirazione sembra sgominata completamente. Tribunale speciale e commissioni per il confino hanno poco lavoro.

Gli arresti riprendono numerosi fra la fine del 1929 ed il 1932, quando la crisi economica rinfocola il malcontento nel paese. «Giustizia e Libertà» comincia ad agire; i comunisti riprendono vigore. In questi anni ha inizio l'invasione delle prigioni e del confino da parte degli emiliani; il dialetto bolognese diventa e resta fino alla fine quasi la seconda lingua ufficiale dei prigionieri politici.

Nell'ottobre del 1932, l'amnistia per il decennale della marcia su Roma riduce in modo sostanziale il contingente dei prigionieri politici, ma gli arresti e le condanne continuano e riempiono i vuoti.

La guerra abissina, le sanzioni, la fondazione dell'impero costituiscono il periodo del massimo isolamento degli antifascisti. Voi sapete che ancor oggi si dice comunemente: «Ah! se Mussolini si fosse fermato dopo la conquista dell'Abissinia!...» In quel momento molti capitolano, molti si rassegnano, molti si credono in dovere di stringersi intorno al governo che comunque rappresenta la patria minacciata dalle sanzioni. «Right or wrong, my country» deve pensare persino Benedetto Croce, il grande maestro dell'antifascismo democratico, nel momento in cui anch'egli consegna la sua medaglietta di senatore ai fascisti che fanno raccolta d'oro per tener testa alle sanzioni.

Ma il fascismo non può fermarsi, e quando comincia la guerra di Spagna cospirazione ed arresti tornano a moltiplicarsi.

La conquista dell'Albania dà anche a questi nuovi cittadini dell'impero il diritto di andare nelle prigioni italiane. Arrivano al confino intellettuali albanesi, democratici o comunisti, ed a volta interi clan famigliari, che per sbaglio si sono pronunziati per Zogu anziché per Mussolini, e che ora, lasciando in patria le donne ed i neonati, sbarcano a Ventotene al completo, dal vecchio patriarca ai ragazzi dodicenni.

Con l'inizio della guerra mondiale la cospirazione dilaga. Il Tribunale speciale e le commissioni per il confino colpiscono ormai anche i sospetti di spionaggio, quelli che contrabbandano valute, i disfattisti. Compaiono nelle isole e nelle carceri i testimoni di Geova, che annunziano la fine del mondo e rifiutano il servizio militare.

Agli ebrei erano stati tolti molti diritti, ma l'artificiosità delle leggi razziali, introdotte per fare piacere a Hitler in un paese che ignora completamente l'antisemitismo, fa sì che, fino all'occupazione tedesca, non c'è in Italia un'effettiva metodica persecuzione di ebrei. Se per caso la polizia arresta un ebreo, come accadde ad esempio, ad Eugenio Colorni, perché cospiratore socialista, o ad un certo Sacerdoti che ha messo al sicuro all'estero un po' di denaro, la stampa ne approfitta per riempire durante alcuni giorni le sue colonne di imprecazioni e di maledizioni contro la perfida razza che si propone di rovinare l'Italia. Ma ciò serve in realtà solo per mostrare ai Tedeschi che si sta facendo sul serio. Poi, tutto rientra nell'ordine borbonico ed il prigioniero ebreo è confuso con il prigioniero non ebreo.

Durante la guerra affluiscono i reduci della guerra di Spagna, che si erano rifugiati a nord dei Pirenei, e che dopo l'occupazione della Francia Hitler consegna a Mussolini. Qualche anno prima, se questi avesse potuto metter le mani su coloro che gli erano consegnati dal suo vittorioso alleato, li avrebbe caricati di anni di galera, ne avrebbe forse fatto anche fucilare qualcuno. Ormai però nel momento stesso in cui ha inizio l'avventura bellica cui il regime si era preparato da tanti anni, la macchina dello Stato totalitario comincia a dar segni di decomposizione. I fuorusciti, odiati e spiati per tanti anni e che ora cadono in mano alla polizia, i Nenni, i Longo, i Di Vittorio, sono inviati alla chetichella al confino. Qualcuno a Roma deve aver pensato ad un certo momento alla convenienza di montare un esemplare processo con esecuzioni capitali, ed a questo scopo Ernesto Rossi, Riccardo Bauer e qualche altro sono prelevati nel giugno 1943 dal confino e spediti a Regina Coeli..., ma tutto rimane sul piano delle velleità.

Dopo il 25 luglio 1943 dobbiamo attendere chi giorni, chi settimane, chi più di un mese, perché Badoglio si decida a liberarci. Egli comincia col rilasciare i democratici; dopo qualche esitazione mette fuori i comunisti; mantiene prigionieri gli anarchici, gli Sloveni, gli Albanesi. Molti di costoro possono riprendere la loro libertà profittando dello sfacelo dell'8 settembre. Molti passano dalle mani dei carcerieri italiani in quelle dei carcerieri tedeschi.

Nell'inverosimile mese di agosto del 1943, in cui non c'è né guerra né pace, né democrazia né tirannide, gli antifascisti usciti di galera riprendono contatto con le loro famiglie, partecipano alla ricostruzione dei partiti, provano l'ebrezza della libertà. Sembra la fine, e si tratta solo di una pausa.

Quarantacinque giorni dopo la caduta del fascismo ha luogo l'occupazione tedesca, e comincia la Resistenza. Di nuovo carceri e campi di concentramento si riempiono di antifascisti delle vecchie e delle nuovissime leve. Questa volta non si tratta però più solo di privazione della libertà, ma assai spesso di anticamera della morte. Di ciò vi parlerà tuttavia altri. [Leggi dall'inizio]
✦ Altiero Spinelli. Gli antifascisti in galera. In «Lezioni sull'antifascismo». Laterza, 1962

6. Le ondate della repressione e la fine del fascismo
La storia della persecuzione antifascista non procede con intensità costante. Spinelli conclude seguendone le maree, perché il numero degli arresti e la vitalità della cospirazione riflettono insieme le condizioni del Paese e le fortune del regime.
Alla fine del 1926 le leggi speciali producono grandi retate: le isole si riempiono di democratici, comunisti e anarchici, mentre il Tribunale speciale prepara il grande processo contro Gramsci e gli altri dirigenti comunisti. Il partito comunista, già organizzato per la clandestinità, tenta di ricostruire continuamente le proprie reti, che la polizia spezza fra il 1927 e il 1928. Segue una fase di apparente calma; poi la crisi economica riaccende il malcontento e, fra il 1929 e il 1932, riprendono insieme attività clandestina e arresti, mentre entra in scena «Giustizia e Libertà».
L'amnistia del 1932 alleggerisce temporaneamente carceri e confino, ma non interrompe il meccanismo repressivo. La guerra d'Etiopia e la proclamazione dell'Impero segnano invece il momento di massimo isolamento degli antifascisti. Molti italiani si stringono intorno al regime, altri si rassegnano alla sua apparente solidità. Spinelli ricorda persino il gesto di Croce che offre la medaglietta d'oro durante le sanzioni: segno di quanto, in quel momento, l'appello patriottico potesse coinvolgere anche chi restava avversario del fascismo.
Ma il fascismo, osserva Spinelli, «non può fermarsi». La guerra di Spagna riapre conflitti e persecuzioni; l'espansione imperiale porta nelle carceri anche gli Albanesi; con la guerra mondiale la categoria dei sospetti si allarga ancora a disfattisti, accusati di spionaggio, contrabbandieri di valuta e testimoni di Geova.
Anche gli ebrei compaiono nel quadro della repressione, e Spinelli insiste sul carattere artificioso che egli attribuisce alla politica razziale fascista e sulla diversa natura, fino all'occupazione tedesca, della loro persecuzione rispetto a quella praticata dalla Germania nazista. Nel suo racconto, l'arrestato ebreo che cade nelle mani della polizia per attività politica viene utilizzato dalla propaganda come prova dell'antisemitismo ufficiale, ma poi rientra nella normale macchina repressiva destinata agli altri oppositori.
Negli ultimi anni, tuttavia, la macchina comincia a perdere forza. Gli antifascisti reduci dalla guerra di Spagna, un tempo destinati a pene durissime, vengono mandati quasi discretamente al confino. Persino quando si pensa ancora a un grande processo politico, nel 1943, tutto rimane allo stato di progetto. Il regime conserva gli strumenti della dittatura proprio mentre comincia a non riuscire più a usarli con l'antica sicurezza.
La caduta di Mussolini non porta immediatamente la libertà. Badoglio libera prima alcuni, poi altri, mentre anarchici, Sloveni e Albanesi restano prigionieri più a lungo. L'agosto del 1943 appare allora come una parentesi irreale: gli antifascisti tornano alle famiglie, ricostruiscono i partiti, assaporano una libertà che sembra definitiva.
Non lo è. Dopo l'8 settembre comincia un'altra fase, quella che Spinelli aveva già segnalato all'inizio, ma che non rientra nell'argomento della sua lezione: nuova guerra civile, occupazione tedesca, Resistenza. E con essa cambia anche la natura della repressione. Il carcere che per diciassette anni aveva significato soprattutto privazione della libertà può ora diventare, assai più spesso, anticamera della morte.

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Mettiti alla prova: Altiero Spinelli e la repressione degli antifascisti

Rileggi per intero i sei frammenti della lezione dell'autore sull'antifascismo, nonché i rispettivi commenti. Scegli poi mentalmente una risposta e scopri la soluzione.

1. Qual è, a giudizio di Spinelli, la trasformazione fondamentale della repressione antifascista alla fine del 1926?

  1. La repressione, fino ad allora esercitata soprattutto attraverso violenze, arbitrii e strumenti ancora parzialmente limitati dalla legalità esistente, viene incorporata stabilmente nell'ordinamento dello Stato fascista.
  2. Il fascismo rinuncia progressivamente alla violenza politica e affida la repressione degli oppositori alla magistratura ordinaria.
  3. La repressione cambia soprattutto perché gli antifascisti abbandonano l'attività politica legale e scelgono in massa la lotta armata.

Risposta corretta: A.

Con le leggi speciali, lo scioglimento dei partiti, la soppressione della stampa libera, il Tribunale speciale, il confino e l'ammonizione, la persecuzione politica cessa di essere soprattutto un insieme di soprusi esercitati entro un ordinamento ancora parzialmente liberale e diventa una funzione regolare dello Stato fascista.

La B rovescia il processo descritto da Spinelli: proprio perché la magistratura ordinaria aveva talvolta resistito alle esigenze del governo, i processi politici vengono sottratti ad essa. La C attribuisce invece il mutamento alla scelta degli oppositori, mentre il passaggio decisivo riguarda anzitutto la trasformazione istituzionale del regime.

Per orientarsi

L'autore insiste sul fatto che il fascismo non nasce già totalitario. Fra il 1922 e il 1926 esso restringe progressivamente le libertà, ma incontra ancora alcuni limiti nelle leggi e nei tribunali. Dal 1926 questi limiti vengono eliminati: la repressione non agisce più soltanto contro l'illegalità precedente ma, attraverso nuove leggi costruite appositamente per difendere il regime, persegue come illegali attività e comportamenti fino ad allora legittimi.

2. Che cosa rappresenta lo jus murmurandi nella descrizione della società fascista proposta da Spinelli?

  1. Una forma di opposizione clandestina già organizzata, destinata a preparare il rovesciamento del regime.
  2. Uno spazio di dissenso privato, ironico e prudente, compatibile con un comportamento pubblico esteriormente conforme alle richieste del fascismo.
  3. Una libertà di critica consapevolmente concessa dal regime per mantenere il consenso dei ceti più colti.

Risposta corretta: B.

Lo jus murmurandi è il dissenso di chi pubblicamente si adegua ai riti e alle imposizioni del regime, ma privatamente conserva incredulità, ironia, critica e rapporti di fiducia nei quali può ancora esprimersi liberamente.

La A confonde questo atteggiamento con l'antifascismo militante: per Spinelli il passaggio alla cospirazione avviene proprio quando qualcuno rifiuta di limitarsi al «mormorare». La C trasforma in concessione politica ciò che era invece uno spazio informale e precario sopravvissuto sotto la dittatura.

Per orientarsi

Portare il distintivo del partito, fare il saluto fascista o usare il «voi» non significava necessariamente credere nel fascismo. Molti italiani impararono a vivere su due piani: conformismo pubblico e libertà privata. Questa riserva impedì al regime di conquistare completamente le coscienze, ma abituò anche molti alla servitù politica.

3. Quale differenza mette maggiormente in rilievo l'autore fra la cospirazione comunista e quella democratica raccolta soprattutto intorno a «Giustizia e Libertà»?

  1. I comunisti possiedono una struttura clandestina più disciplinata ed efficiente; i democratici, meno organizzati, hanno però rapporti più naturali con il vasto antifascismo passivo presente nella società.
  2. I comunisti puntano prevalentemente sul terrorismo, mentre i democratici limitano la propria azione alla propaganda culturale legale.
  3. Comunisti e democratici perseguono sostanzialmente lo stesso progetto politico e differiscono soprattutto per la provenienza sociale dei militanti.

Risposta corretta: A.

Spinelli riconosce ai comunisti superiori capacità organizzative, mezzi maggiori e una disciplina particolarmente adatta alla clandestinità; a «Giustizia e Libertà» attribuisce invece minore efficienza organizzativa ma una più immediata capacità di entrare in relazione con il diffuso antifascismo della società italiana.

La B non regge perché Spinelli sottolinea espressamente che né comunisti né democratici fecero del terrorismo il centro della propria attività. La C cancella una differenza politica essenziale: Spinelli giudica assai diversamente i fini dei due movimenti e attribuisce ai democratici un esplicito progetto di rinnovamento della democrazia.

Per orientarsi

L'opposizione al fascismo non costituiva un blocco unico. Organizzazioni diverse potevano combattere lo stesso regime per fini differenti e con metodi differenti. Spinelli, ormai lontano dal comunismo, non nasconde né l'efficienza clandestina del partito né la propria critica radicale al suo progetto politico.

4. Perché Spinelli considera illusoria l'idea che la cospirazione comunista rappresentasse, in quanto tale, una lotta per la libertà?

  1. Perché ritiene che i comunisti, pur combattendo il fascismo, mirassero a conservare e sviluppare i quadri di un partito destinato a instaurare, dopo la caduta della dittatura fascista, un nuovo potere totalitario.
  2. Perché giudica che il partito comunista fosse ormai incapace di organizzare una reale opposizione clandestina e si limitasse a utilizzare il linguaggio della libertà per nascondere la propria debolezza.
  3. Perché considera incompatibile con qualsiasi lotta per la libertà ogni organizzazione clandestina che ricevesse sostegni politici o materiali dall'estero.

Risposta corretta: A.

Spinelli riconosce apertamente ai comunisti una superiore capacità cospirativa, che attirò uomini sinceramente desiderosi di combattere per la libertà. Ma distingue fra il significato che quella lotta poteva assumere per molti militanti e il fine politico perseguito dal partito: conservare e sviluppare i propri quadri in vista della conquista del potere e dell'instaurazione di un nuovo sistema totalitario sul modello sovietico.

La B contraddice il testo, che attribuisce proprio ai comunisti la più forte organizzazione clandestina e una particolare efficacia nelle condizioni di illegalità. La C sposta invece il problema sull'aiuto internazionale, mentre la critica di Spinelli riguarda la natura del potere che, a suo giudizio, il partito si preparava a edificare.

Per orientarsi

Qui l'autore distingue fra combattere una dittatura e combattere per la libertà come fine politico. Chi è perseguitato può naturalmente parlare il linguaggio della libertà e suscitarne i sentimenti; ma ciò, nella sua analisi, non basta a rendere democratico il progetto politico perseguito. È uno dei punti nei quali emerge più chiaramente il giudizio dell'ex militante comunista sul movimento al quale egli stesso aveva aderito.

5. Che cosa mostra, secondo Spinelli, l'evoluzione della linea politica comunista dal 1929 alla guerra mondiale?

  1. Che il partito comunista italiano elaborò autonomamente una strategia sempre più aperta verso le altre forze antifasciste, fino a svincolarsi progressivamente dalle direttive sovietiche.
  2. Che il partito, pur talvolta riluttante, seguì disciplinatamente le successive direttive provenienti dall'Internazionale e da Mosca, modificando più volte atteggiamento verso le altre forze antifasciste e perfino il proprio linguaggio politico.
  3. Che, dopo il 1929, la linea comunista rimase sostanzialmente immutata: isolamento dagli altri partiti, rifiuto di ogni collaborazione e preparazione immediata della rivoluzione.

Risposta corretta: B.

Spinelli presenta una successione di svolte fortemente condizionate dalle decisioni dell'Internazionale comunista e dell'URSS. Nel 1929 i comunisti italiani devono denunciare come reazionari e complici del fascismo anche gli altri oppositori; dopo la sconfitta di Weimar passano al fronte popolare; successivamente tentano perfino di utilizzare motivi del fascismo rivoluzionario del 1919 e il linguaggio risorgimentale; il patto Hitler-Stalin e l'aggressione alla Finlandia provocano un periodo di smarrimento; infine prevale un antifascismo patriottico e antitedesco.

La A rovescia precisamente il rapporto descritto dall'autore: il partito italiano non appare indipendente da Mosca, ma disciplinato anche quando considera assurde o controproducenti le direttive ricevute. La C coglie soltanto la fase settaria inaugurata nel 1929 e la trasforma erroneamente in una linea permanente, mentre Spinelli insiste proprio sulle successive e profonde variazioni di strategia.

Per orientarsi

La cospirazione comunista appare così insieme forte nell'organizzazione e dipendente nella strategia. La disciplina che le permette di resistere efficacemente alla repressione è anche quella che la porta a seguire mutamenti decisi altrove: cambiano gli alleati, i nemici, le parole d'ordine e perfino i riferimenti simbolici utilizzati nella propaganda.

6. Qual era, secondo Spinelli, l'attività più caratteristica dell'antifascismo militante durante la dittatura?

  1. L'organizzazione sistematica di attentati contro Mussolini e i principali gerarchi fascisti.
  2. La preparazione di insurrezioni armate coordinate fra le maggiori città italiane.
  3. La produzione, l'introduzione e la diffusione clandestina di giornali, volantini e opuscoli.

Risposta corretta: C.

Il lavoro fondamentale consisteva nel far circolare idee proibite: stampare o introdurre clandestinamente materiale antifascista, distribuirlo e leggerlo. Un singolo foglio poteva passare attraverso molte mani ed essere letto da centinaia di persone.

La A attribuisce al terrorismo un'importanza che Spinelli espressamente gli nega: attentati e tentativi vi furono, ma rimasero episodici. La B descrive una strategia insurrezionale che non costituisce il carattere centrale della cospirazione raccontata nel testo.

Per orientarsi

La clandestinità quotidiana era molto meno spettacolare di quanto la parola «cospirazione» possa suggerire. Per una dittatura che pretendeva di controllare anche le idee, stampare un giornale, passarlo a un amico o semplicemente leggerlo diventava già un atto politico.

7. Come deve essere interpretata l'affermazione dell'autore secondo cui il Tribunale speciale commetteva relativamente pochi «errori giudiziari»?

  1. Nonostante la dittatura, il Tribunale speciale conservava una sostanziale indipendenza e garantiva processi generalmente corretti.
  2. Gli imputati avevano spesso realmente compiuto le attività loro contestate; il problema era che le leggi fasciste trasformavano quelle attività politiche in reati.
  3. La polizia riusciva normalmente a ottenere confessioni attendibili, per cui nei processi rimanevano pochi dubbi sulla colpevolezza degli imputati.

Risposta corretta: B.

L'osservazione è volutamente paradossale. Gli imputati erano per lo più realmente antifascisti, avevano diffuso propaganda o partecipato a organizzazioni proibite: il fatto contestato poteva dunque essere vero. Ma era l'ordinamento della dittatura ad aver trasformato l'opposizione politica in un delitto.

La A contrasta con la descrizione di processi rapidissimi, difese limitate e sentenze spesso già predisposte prima del dibattimento. La C non corrisponde neppure al giudizio di Spinelli sugli interrogatori: la tortura dava risultati incerti e chi «cantava» cedeva spesso più all'isolamento e alla paura che al dolore.

Per orientarsi

Un tribunale può accertare correttamente che qualcuno abbia compiuto una certa azione e tuttavia essere strumento di un sistema ingiusto. Se distribuire un giornale antifascista diventa un reato, non occorre inventare il fatto: basta condannare come criminale chi ha esercitato una libertà politica proibita dal regime.

8. Quale paradosso della vita degli antifascisti in carcere colpisce particolarmente Spinelli?

  1. Dentro il carcere i detenuti politici finiscono per disporre di una libertà di discussione politica che nel resto d'Italia è ormai scomparsa.
  2. I detenuti politici godono ufficialmente di particolari privilegi culturali e possono ricevere liberamente libri, giornali e riviste straniere.
  3. Le autorità consentono una certa attività politica ai prigionieri nella speranza che l'isolamento li convinca gradualmente ad abbandonare l'opposizione.

Risposta corretta: A.

I detenuti comuni parlavano dei propri delitti; poiché quello dei politici consisteva nell'antifascismo, anche essi finivano per parlare liberamente delle idee e delle attività per le quali erano stati incarcerati. Nasce così il paradosso di una libertà di discussione politica sopravvissuta proprio dentro il carcere.

La B scambia per diritto ciò che spesso dipendeva da falle della censura o da traffici clandestini: libri e giornali erano sottoposti a severi controlli. La C attribuisce alle autorità un progetto che Spinelli non descrive affatto: quello spazio di discussione nasceva dalle concrete condizioni della vita carceraria, non dalla benevolenza del regime.

Per orientarsi

La prigione sottraeva gli antifascisti alla società, ma li metteva anche a contatto fra loro. Studio, discussione, aiuto reciproco e collegamenti clandestini finirono così per creare una piccola comunità politica all'interno dell'istituzione destinata a neutralizzarli.

9. Perché il saluto fascista assume al confino un'importanza tanto sproporzionata rispetto alla modestia del gesto?

  1. Perché diventa il segno visibile della scelta fra sottomissione al regime e rifiuto di capitolare.
  2. Perché costituisce una formalità giuridica indispensabile per ottenere automaticamente la fine del confino.
  3. Perché serve soprattutto a distinguere durante l'appello gli antifascisti dai confinati per reati comuni.

Risposta corretta: A.

In un regime che attribuisce enorme importanza ai simboli, alzare il braccio significa manifestare pubblicamente una disponibilità alla sottomissione; rifiutarsi di farlo significa conservare visibilmente la propria identità di oppositore. Non a caso Spinelli considera il numero dei saluti un «barometro» delle fortune del fascismo.

La B trasforma un segno politico in un meccanismo amministrativo automatico: la sottomissione poteva facilitare la liberazione, ma il semplice saluto non costituiva un titolo giuridico per ottenerla. La C perde completamente il significato morale attribuito da Spinelli al gesto.

Per orientarsi

Quando quasi tutto è stato tolto, anche un gesto minimo può diventare decisivo. Alle Tremiti la resistenza consiste semplicemente nel non alzare un braccio: proprio per questo la polizia tenta di imporlo e proprio per questo il rifiuto acquista il valore di un'affermazione politica.

10. Quale limite Spinelli riconosce anche alla comunità degli antifascisti incarcerati e confinati?

  1. La scarsa solidarietà materiale, perché le divisioni politiche impedivano quasi sempre una vera vita comune.
  2. Una certa superbia dei «giusti», accompagnata dalla difficoltà di riesaminare criticamente le proprie idee e dalla diffidenza verso gli «eretici».
  3. La crescente disponibilità degli oppositori ad abbandonare le proprie convinzioni pur di essere liberati.

Risposta corretta: B.

Spinelli parla esplicitamente di un certo «fariseismo», della difficoltà di rimettere in discussione le proprie convinzioni e della durezza con cui comunisti e democratici potevano trattare chi usciva dalle rispettive ortodossie. Ricorda persino l'ostilità incontrata a Ventotene dal nuovo progetto federalista europeo di cui lui era promotore.

La A contrasta soprattutto con la descrizione della vita carceraria, dove denaro, risorse, studio e aiuto ai malati erano organizzati secondo una forte solidarietà collettiva. La C prende un fenomeno reale, le capitolazioni, e lo trasforma impropriamente nell'orientamento generale dei prigionieri politici.

Per orientarsi

La testimonianza dell'autore è tanto più interessante perché non disegna un antifascismo senza ombre. Opporsi a una dittatura è una scelta di libertà; ma ciò non impedisce a chi resiste di diventare rigido, dogmatico o intollerante verso idee nuove. Anche la libertà deve saper sopportare l'eresia.

11. Quale andamento complessivo della repressione antifascista emerge dalla ricostruzione cronologica conclusiva di Spinelli?

  1. Una crescita continua e uniforme della repressione dal 1926 al 1943, sostanzialmente indipendente dalle vicende politiche ed economiche.
  2. Un succedersi di fasi di maggiore e minore attività repressiva, legate alle crisi, alle guerre, alle fortune del regime e alla vitalità delle organizzazioni clandestine, fino alla progressiva decomposizione della macchina fascista.
  3. Una repressione molto intensa fino all'amnistia del 1932 e poi progressivamente marginale, perché il regime aveva ormai eliminato quasi del tutto l'opposizione organizzata.

Risposta corretta: B.

Spinelli ricostruisce vere e proprie ondate: le grandi retate del 1926, la momentanea crisi delle organizzazioni clandestine, la ripresa durante la depressione economica, l'isolamento degli antifascisti al tempo dell'impresa etiopica, il nuovo fermento con la guerra di Spagna e infine l'indebolimento dell'apparato repressivo durante la guerra mondiale.

La A cancella proprio questa mobilità e presenta la repressione come una linea costantemente crescente. La C attribuisce all'amnistia del 1932 una funzione conclusiva che non ebbe: essa alleggerì temporaneamente carceri e confino, ma arresti e condanne continuarono e tornarono più volte a intensificarsi.

Per orientarsi

Repressione e opposizione non vivono isolate dalla storia generale. Quando il regime appare forte, molti si rassegnano e gli antifascisti rimangono più soli; quando crisi economiche, guerre o sconfitte ne incrinano il prestigio, il dissenso riprende vigore. Negli ultimi anni il fascismo conserva ancora i propri strumenti repressivi, ma la macchina comincia ormai a perdere sicurezza ed efficienza.