Frammenti d'autore

La battaglia di Calatafimi

💬 16 maggio [1860] dal convento di S. Vito sopra Calatafimi

Sarà bello, se camperò, rileggere fra molti anni questi sgorbi. Avessi avuto tempo da ieri mattina ne avrei fatto cento pagine.

Tutta Salemi era fuori a salutarci. «Benedetti! benedetti!» E quando da pie' della discesa mi volsi a guardare in su, tesi le braccia alla città e a quella gente, che avrei voluto stringere al petto tutta. Venivano giù le nostre compagnie di passo allegro e cantando. Garibaldi ad una svolta della via, veduto dal basso, grandeggiava sul suo cavallo nel cielo; in un cielo di gloria, da cui pioveva una luce calda, che insieme al profumo della vallata ci inebriava. E con noi, giù dal monte venivano le squadre dei siciliani; una processione che non vidi finire, perché la mia compagnia si inoltrò per la campagna, bella, sempre più bella, sino al villaggio di Vita, dove c'incontrammo con le nostre Guide che venivano indietro di mezzo trotto. Avevano scoperto il nemico. Non v'era che da salire il colle là presso, e l'avremmo avuto in faccia.

Intanto la gente di Vita fuggiva. Fuggivano portando le masserizie, trascinando i vecchi e i fanciulli, un pianto. Attraversammo il villaggio attristati, e quella povera gente ci guardava, ci faceva cenni di compassione, ci diceva: «Meschini!»

Dopo breve tratto sostammo. E allora vidi la nostra bella bandiera portata al centro della settima [compagnia], quel centinaio e mezzo di giovani quasi tutti dell'Università di Pavia, fior di Lombardi e di Veneti, la compagnia più numerosa e più bella.

A GIUSEPPE GARIBALDI

gli Italiani residenti in Valparaiso 1855

Lessi queste parole, trapunte a caratteri grandi d'oro su d'un lato della bandiera. Sull'altro trionfava l'Italia, figurata in una donna augusta, che rotte le catene, sorge ritta su d'un trofeo, cannoni, schioppi, tutt'oro e argento.

Io contemplava la bandiera, pensando che in quelle terre lontane dove fu fatta, tra quei patriotti donatori, vive un fratello del padre mio; e intanto vedeva un gran correre di ufficiali e di Guide. Poi comparve il Generale, le trombe squillarono, lasciammo la strada consolare, ci mettemmo pei campi e su per la collina brulla, una compagnia incalzando l'altra. Di lassù scoprimmo il nemico. Il colle in faccia sfolgorava tutto armi, pareva coperto di diecimila soldati.

– Come? Calzoni rossi? I Napoletani hanno già i Francesi con loro? – sclamarono alcuni sdegnati, vedendo il rosso nelle file nemiche: ma i Siciliani che udirono li quetarono, rispondendo che anche gli ufficiali napoletani portano calzoni rossi.

Ci ponemmo a giacere, ed erano quasi le undici. Mi parve che fossimo stati a guardarci coi regi pochi minuti, eppure la prima schioppettata non fu tratta che all'una e mezza dopo mezzodì. I cacciatori napoletani scesi lunghi lunghi, giù per quelle filiere di fichi d'India, tirarono primi. Garibaldi gli aveva osservati a lungo da una balza, con Türr, Tuköry, Sirtori ed altri molti che gli stavano intorno. Io lo vidi malinconico e pensoso. Credo che a quel primo incontro sperasse... sperasse in una ispirazione che ai Napoletani non venne. Eppure la nostra bandiera sventolava lassù nella luce!...

– Non rispondete, non rispondete al fuoco! gridavano i Capitani; ma le palle dei cacciatori passavano sopra di noi con un gnaulìo così provocante, che non si poteva star fermi. Si udì un colpo, un altro, un altro; poi fu suonata la diana, poi il passo di corsa: era il trombetta del Generale.

Ci levammo, ci serrammo, e precipitammo in un lampo al piano. Là ci copersero di piombo. Piovevano le palle come gragnuola, e due cannoni dal monte già tutto fumo, cominciarono a trarci addosso furiosamente. La pianura fu presto attraversata, la prima linea di nemici rotta; ma alle falde del colle chi guardava in su!...

Là vidi Garibaldi a piedi, con la spada inguainata sulla spalla destra, andare innanzi lento tenendo d'occhio tutta l'azione. Cadevano intorno a lui i nostri, e più quelli che indossavano camicia rossa, Bixio corse di galoppo a fargli riparo col suo cavallo, e tirandoselo dietro alla groppa gridava:

– Generale, così volete morire?

– Come potrei morire meglio che pel mio paese? – rispose il Generale, e scioltosi dalla mano di Bixio, tirò innanzi severo. Bixio lo seguì rispettoso.

Goro da Montebenichi e Ferruccio a Gavinana! pensai tra me, rallegrandomi del ricordo; ma subito mi tremò il core; credei di indovinare che al Generale paresse impossibile il vincere, e cercasse di morire.

In quel momento uno dei nostri cannoni tuonò dalla strada. Un grido di gioia da tutti salutò quel colpo, perché ci parve di ricevere l'aiuto di mille braccia. «Avanti, avanti, avanti!» non si udiva più che un urlo; e quella tromba che non aveva più cessato di suonare il passo di corsa, squillava con angoscia come la voce della patria pericolante. [...]
✦ Giuseppe Cesare Abba. La battaglia di Calatafimi. In «Da Roma a Digione: antologia di scrittori garibaldini». D'Anna, 1961

Vi sono giorni nei quali un popolo nasce due volte: una nella storia, l'altra nella coscienza dei suoi figli. Uomini venuti da terre lontane, che fino a poco prima si conoscevano appena, scoprono d'improvviso di appartenere alla stessa speranza. Da quel momento il coraggio del singolo non basta più a spiegare gli avvenimenti: ogni gesto sembra attingere forza da qualcosa di più grande, che ancora non possiede confini politici, ma già vive come patria nell'animo di chi è disposto a rischiare tutto per essa.

Ti interessa questo libro? Chiedici la disponibilità