Lawrence Durrell
e il "trittico delle isole"

Il Mediterraneo, nel corso del Novecento, ha esercitato un'attrazione irresistibile su molti scrittori di lingua inglese, divenendo non solo un paesaggio fisico, ma uno spazio mentale e simbolico. Per alcuni, come Robert Byron, il viaggio era un atto di documentazione estetica e storica; per altri, come Patrick Leigh Fermor, un pellegrinaggio culturale tra le rovine del passato; per altri ancora, come Bruce Chatwin, un'occasione di nomadismo esistenziale. D.H. Lawrence e Lawrence Durrell condivisero invece un rapporto più intimo con il Mediterraneo: entrambi non limitandosi a visitarlo, ma scegliendo di viverlo, di abitarlo, di lasciarsi trasformare dalla sua luce e dalla sua cultura.

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Sommario

1. L'insularità come esperienza estetica 🔊

«C'è una sorta di febbre che prende l'uomo sensibile quando tocca per la prima volta il suolo di un'isola» – così Lawrence Durrell (1912-1990), britannico nato in India, ma scrittore cosmopolita e cultore del mito mediterraneo, definisce la singolare affezione che egli stesso sperimentò nell'incontro con le terre di Corfù, Rodi e Cipro. Il trittico delle isole, costituito da La grotta di Prospero (Prospero's Cell, 1945), Riflessi di una Venere marina (Reflections on a Marine Venus, 1953) e Gli amari limoni di Cipro (Bitter Lemons, 1957), non è una mera sequenza di resoconti di viaggio, né una trilogia organica in senso tradizionale: si tratta piuttosto di una meditazione in tre atti sull'insularità come condizione esistenziale, sul paesaggio come teatro dell'anima e sullo statuto liminare delle isole, sospese tra storia e mito, tra realtà e rêverie.

Durrell si inserisce in una tradizione letteraria che ha conosciuto, nel Novecento, una straordinaria moltiplicazione di prospettive: da un lato, il viaggio come ricerca estetica ed erudita, incarnato dalla prosa di Patrick Leigh Fermor; dall'altro, il viaggio come indagine antropologica e politica, esemplificato dagli scritti di Norman Lewis. Ma la sua scrittura sfugge a entrambe le categorie, per collocarsi in una dimensione quasi mitografica, in cui l'esperienza del paesaggio diventa un pretesto per costruire un universo simbolico privato.

Se Leigh Fermor – che attraversa a piedi l'Europa nel suo Tempo di regali (A Time of Gifts: On foot to Constantinople, 1977) – trasforma il viaggio in un pellegrinaggio letterario, disseminando la sua prosa di riferimenti classici e rinascimentali («L'itinerario non era solo geografico, ma spirituale: il mondo si svelava come un manoscritto minato di simboli»), Durrell utilizza la dimensione insulare per edificare una topografia interiore, una mappa del desiderio e della memoria.

Diverso è il suo approccio anche rispetto a Bruce Chatwin, il quale in Le vie dei canti (The Songlines, 1987) sviluppa una teoria del nomadismo radicale: per Chatwin, viaggiare è un modo di sfuggire alla civiltà sedentaria e riscoprire un'esistenza primordiale, legata al canto e al cammino. In Durrell, invece, il viaggio non è mai fuga o dissoluzione, bensì insediamento, radicamento nella forma dell'isola, che diviene microcosmo autosufficiente, spazio sospeso tra la dimensione epica e quella autobiografica.

Un altro punto di contrasto emerge con Norman Lewis, la cui scrittura, come in Napoli '44 (Naples '44, 1978), si distingue per l'ironia e il distacco critico nei confronti della realtà sociale che descrive. In Durrell, al contrario, non c'è mai uno sguardo realmente distaccato: l'isola è sempre un luogo di coinvolgimento emotivo e sensoriale, come dimostra il lirismo di passi quali questo, tratto da La grotta di Prospero:

Ci muoviamo nell'ansa di una piccola onda. In profondità, sui profili di scogli gialli e verdi, le alghe si muovono come scalpi umani. Pesci, un banco; l'argento dei saraghi si culla all'entrata di una grotta e ci guarda stralunato. Ogni pesce ha una chiazza nera sul dorso; sorpresi in questa posizione sembrano un rigo di semicrome. Poi, improvvisamente spaventati da un qualcosa nell'acqua, spariscono con lo scatto di un interruttore. Una folata di vento increspa la superficie.

Al tempo stesso, la scrittura di Durrell può evocare, per certi aspetti, quella di Freya Stark, grande viaggiatrice del Medio Oriente. Stark, in libri come Le valli degli assassini (The Valleys of the Assassins, 1934), si muove con una leggerezza che oscilla tra l'avventura e la riflessione storica, mentre Durrell, nel suo trittico, concepisce l'esperienza del viaggio come una forma di trasfigurazione estetica. Le sue isole non sono tanto luoghi geografici, quanto archetipi.


2. Dal Grand Tour al viaggio moderno: la trasformazione di un genere

L'approccio di Durrell, tuttavia, si distingue anche da quello della grande letteratura di viaggio sette-ottocentesca, quella del Grand Tour, di cui autori come Lord Byron, J.W. Goethe, John Ruskin, Robert Louis Stevenson, D.H. Lawrence sono tra i massimi rappresentanti. Se il viaggio del Grand Tour era finalizzato alla formazione intellettuale e artistica dell'individuo, Durrell si muove in una direzione opposta: la sua non è un'esperienza di accumulo culturale, ma di immersione sensoriale ed esistenziale nel paesaggio.

In questa prospettiva, il trittico delle isole si colloca a metà strada tra il Grand Tour e il viaggio moderno: da un lato, come gli autori del Grand Tour, Durrell cerca un'esperienza immersiva e non meramente turistica del paesaggio; dall'altro, come Chatwin e Leigh Fermor, il suo viaggio è un atto poetico, più vicino alla trasfigurazione simbolica che alla pura documentazione.


3. L'isolomania: tra mito e disincanto

Uno dei concetti centrali della scrittura durrelliana è l'isolomania, teorizzata dal suo enigmatico amico Gideon e descritta come una forma di febbre spirituale, una strana eccitazione che coglie coloro che mettono piede su un'isola.

Da qualche parte, nei quaderni di Gideon, ho trovato una volta un elenco di malattie non ancora classificate dalla scienza medica; tra queste compariva il termine "isolomania", descritto come un'afflizione dello spirito rara, ma per nulla sconosciuta. C'è gente, diceva Gideon a titolo di spiegazione, che trova le isole in qualche modo irresistibili. La semplice consapevolezza di trovarsi su un'isola, un piccolo mondo circondato dal mare, provoca in loro un'inspiegabile ebbrezza. Questi "isolomani" nati, soleva aggiungere, sono i discendenti diretti degli abitanti di Atlantide, e il loro vivere da isolani altro non è che un inconscio anelare all'Atlantide perduta... Non ricordo gli altri dettagli ma, come tutte le teorie di Gideon, era decisamente ingegnosa.

Ma se in La grotta di Prospero Corfù è una sorta di locus amœnus, in Riflessi di una Venere marina la bellezza di Rodi si macchia di malinconia, mentre in Gli amari limoni di Cipro il mito si sgretola sotto il peso della Storia, con l'idillio travolto dal colonialismo britannico e dalla lotta per l'indipendenza.

Se Durrell sviluppa il concetto di isolomania, intesa come febbre spirituale che coglie chiunque metta piede su un'isola, qualcosa di simile accade in D.H. Lawrence, che in Sicilia trova una terra sensuale e ancestrale, in cui il passato mitico e la vita quotidiana si fondono. Poi, nel suo libro Mare e Sardegna (1921), Lawrence non si limita a descrivere l'isola, ma la vive attraverso la sua percezione sensoriale, come farà Durrell con Corfù, Rodi e Cipro.

Se si volesse tentare un confronto ardito, si potrebbe dire che il trittico delle isole è per molti versi l'opposto della visione di Robert Byron in La via per l'Oxiana (The Road to Oxiana, 1937) o The Station (1928). Mentre Byron documenta con precisione il declino dell'Oriente bizantino e le rovine del Levante con l'occhio dell'esteta e dello storico dell'arte, Durrell costruisce un universo insulare che non è mai del tutto storico, ma sempre contaminato da una dimensione poetica e privata.

Per lui, l'isola non è mai soltanto un luogo geografico, ma un dispositivo poetico attraverso cui interrogarsi sul rapporto tra spazio e identità. Il sé esiliato è sempre in cerca di una casa, ma quella casa è sempre altrove: la Grecia, Rodi, Cipro non sono mai veramente raggiungibili, perché la loro natura è quella di essere soglie, limiti, spazi di passaggio. In questo senso, Durrell compie il destino di ogni grande scrittore dell'esilio: il suo vero luogo di appartenenza non è un'isola reale, ma la letteratura stessa.


4. La poetica dello spazio in Durrell

Isabelle Keller-Privat, nel saggio "Al confine del mondo": l'esplorazione della dimora poetica dell'uomo in Lawrence Durrell (Caliban: French Journal of English Studies, 2016), analizza la maniera in cui Durrell costruisce i suoi spazi narrativi come "abitazioni poetiche", ovvero luoghi che non sono meri scenari fisici, ma strutture che riflettono la psiche del viaggiatore:

«Per Durrell, lo spazio non è una mera localizzazione geografica, ma una dimora poetica, un luogo in cui il sé incontra l'Altro, dove la realtà è filtrata attraverso il mito e la memoria personale».

E C. Alexandre-Garner, nel saggio When Elsewhere is Home: Mapping Literature as Home in Lawrence Durrell's "Cities, Plains and People" (E-rea: Revue de la Société d'Études Anglaises, 2009), approfondisce così il rapporto tra il viaggio e l'identità in Durrell:

«Sospesi tra prossimità e distanza, gli scrittori in esilio, spesso immersi nella loro condizione di extraterritorialità, forgiano la propria arte con ciò che hanno "messo in salvo dalle rovine" (shored against [their] ruins, Eliot). Costruendo nuovi punti di riferimento, Durrell sembra aver tradotto il verso di Eliot "Home is where one starts from" (La casa è il punto da cui si parte) nella sua personale realtà artistica: "home is where one writes from" (la casa è il luogo da cui si scrive). Estraniato tanto dalla sua idealizzata patria metaforica quanto dal luogo d'origine dei suoi antenati paterni, si trova costretto a navigare in un paesaggio interiore in cui continua a cercare un territorio da poter chiamare proprio. Poiché la casa è sempre altrove, la letteratura diventa il suo unico paese».

Dunque, per chi ha fatto dell'erranza la propria condizione esistenziale, la scrittura diventa l'unico spazio abitabile, l'unica patria possibile.

Questa condizione di estraniamento è centrale nella poetica di Durrell. Nato in India da genitori britannici e mai pienamente radicato nella cultura inglese, sviluppa un'identità sfuggente, in perenne ricerca di un senso di appartenenza. Le isole che abita e racconta sono il riflesso di questa condizione esistenziale: non semplici residenze, ma luoghi in cui il sé tenta di riconfigurarsi e di trovare un equilibrio tra spaesamento e radicamento.

Durrell stesso, poco prima di morire, rievocherà con queste parole il suo arrivo in Inghilterra negli anni Venti:

Inghilterra # L'India ti fissa senza battere ciglio
Amavo l'Inghilterra. Vi giunsi come il giovane di Balzac, "avec son optimisme départemental", pronto a vivere. Ma scoprii con sgomento che l'Inghilterra non sapeva amare – sapeva solo, in modo freddo e distante, condiscendere. Che delusione. Mi sentivo fuori posto, un marmo di Elgin (...)
Promisi al mio Creatore che non avrei fatto il broncio quando mi disse che mi avrebbe mandato in una scuola pubblica inglese. Ho mantenuto la mia parola. Sono sempre stato tutto un sorriso.

La concezione delle isole, pertanto, si configura in Durrell come riflessione profonda sulla condizione dell'esilio e sul rapporto tra spazio, identità e scrittura. Le isole durrelliane funzionano come eterotopie, ossia spazi "altri", luoghi di transizione e sospensione in cui la realtà storica si dissolve nella rêverie poetica, permettendo al sé, pur estraniato, di trovarsi paradossalmente a casa.

L'idea di eterotopia, introdotta da Michel Foucault, descrive quegli spazi che sfuggono alle logiche ordinarie e fungono da luoghi di compensazione, rifugio o sperimentazione. Nel caso di Durrell, le isole non sono semplici luoghi geografici, ma scenari mentali e simbolici, dimensioni intermedie tra l'oggettività del mondo esterno e la soggettività dell'esperienza poetica. La Grecia, e in particolare Corfù, Rodi e Cipro, non vengono descritte come paesaggi realistici, ma filtrate attraverso una sensibilità artistica che le trasforma in territori dell'immaginario. L'isola diviene così un luogo di sovrapposizione tra vissuto e mito, storia e memoria, sogno e realtà.

È proprio questa la cifra della sua opera: il viaggio non è mai solo spostamento, ma immersione in una realtà simbolica, in cui il paesaggio si fonde con la percezione soggettiva. Così, mentre il viaggio contemporaneo si trasforma sempre più in un'industria del consumo, il trittico delle isole ci restituisce una visione del Mediterraneo in cui il viaggio è ancora esperienza di rivelazione e conoscenza.

5. La grotta di Prospero (1945)

"Prospero's Cell: A Guide to the Landscape and Manners of the Island of Corfu"

A metà degli anni Trenta, l'Inghilterra è per molti intellettuali un luogo soffocante, non solo per il clima plumbeo, ma anche per l'atmosfera di incertezza e disillusione che la avvolge. La crisi economica seguita alla Grande Depressione, il crescente malessere sociale e il montare delle tensioni internazionali contribuiscono a creare un senso di inquietudine diffuso. L'Europa si avvia, forse inesorabilmente, verso un nuovo conflitto, e il peso della storia sembra opprimere ogni tentativo di leggerezza. Per numerosi scrittori e artisti, lasciare la madrepatria non è solo una fuga fisica, ma una necessità spirituale: un tentativo di cercare altrove un'esistenza più libera, più autentica, lontana dalle ombre della crisi e dai vincoli di una società percepita come sempre più rigida.

Lawrence Durrell è tra coloro che scelgono di partire. Insofferente alla mentalità britannica, che definisce con disprezzo "la morte inglese", e attratto dalla promessa di una vita più luminosa nel Mediterraneo, nel marzo 1935 lascia l'Inghilterra con la giovane moglie Nancy Isobel, la madre e i fratelli minori (tra i quali Gerald, che diverrà un noto zoologo ed esploratore), stabilendosi a Corfù. Qui spera di costruire non solo un'esistenza più libera, ma anche un laboratorio estetico in cui scrittura, paesaggio e vita quotidiana possano fondersi in un'unica esperienza poetica.

In qualche luogo tra la Calabria e Corfù esplode l'azzurro. Lungo tutta l'Italia il paesaggio è segnato con forza dalla mano dell'uomo, con le valli che sembrano seguire un piano architettonico, luminose e umane. Ma appena la piatta e solitaria terra di Calabria rimane alle spalle e si affronta il mare, allora nel cuore delle cose avviene un mutamento, l'orizzonte prende colore sul bordo del mondo, e tutto intorno si sentono isole emergere dal buio incontro alla coscienza.

Il viaggio verso Corfù non è solo uno spostamento nello spazio, ma un passaggio iniziatico, una trasformazione sensoriale. L'Italia è un paesaggio addomesticato, plasmato dalla storia e dalla mano dell'uomo; ma appena il viaggiatore lascia la costa e si avventura nel mare aperto, la realtà si trasfigura. Il Mediterraneo, nel suo abbagliante azzurro, diventa un orizzonte di rivelazione: le isole, dapprima indistinte, emergono dal buio come apparizioni mitiche, entrando nella coscienza del viaggiatore, richiamando mondi sommersi, memorie ancestrali.

È in questo momento che nasce la consapevolezza non tanto di un paesaggio, quanto di un'atmosfera che sta per rivelarsi oltre le miglia azzurre dell'acqua. Si entra in Grecia come si potrebbe penetrare in un cristallo scuro; la forma delle cose diviene irregolare, rifratta. Isole scompaiono d'improvviso, inghiottite da miraggi, e dovunque si rivolga lo sguardo i mobili tendaggi dell'atmosfera creano inganni. Ci sono paesi che permettono di scoprire paesaggi, usi e costumi nuovi. La Grecia offre qualcosa di più forte: la scoperta di sé.

La Grecia, per Durrell, non è solo un luogo geografico, ma una condizione dello spirito. Non è un paesaggio da esplorare, ma un'atmosfera che trasforma la percezione. Il suo ingresso nel mondo greco è un attraversamento simbolico: come un cristallo scuro, il Mediterraneo orientale deforma, rifrange, dissolve le certezze. Le isole appaiono e scompaiono come miraggi, la realtà si trasfigura in visione. Ma la Grecia non è solo illusione: è un prisma che rifrange la luce della storia e del mito, illuminando un paesaggio interiore in cui il viaggiatore ritrova se stesso.

Strano essere venuti dalla lontana Inghilterra fino a questo bel promontorio greco e avere per compagnia solo roccia, aria, cielo: tutti gli elementi fondamentali. (...) Una casa bianca, una roccia bianca, amici e un amore dai tratti rigorosi; e forse un libro che crescerà da tutti questi frammenti, proprio come i cipressi, che spezzano le lastre di marmo e si ergono, verdi e nuovi, tra le macerie di queste vecchie tombe veneziane.

L'isola si riduce all'essenziale: roccia, aria, cielo. La stessa essenzialità che Durrell ricerca nella sua esistenza, un ritorno agli elementi primari, alla purezza della natura e della scrittura. La casa bianca è il simbolo di un ancoraggio precario, un punto di partenza da cui il pensiero si sviluppa, proprio come i cipressi che, spaccando il marmo delle tombe, si ergono in nuova vita. Il paesaggio greco non è solo contemplazione: è tensione creativa, impulso generativo che si traduce in parole, in pagine che nasceranno dal silenzio e dalla pietra.

Durrell concepisce Corfù come un rifugio e al tempo stesso come un crocevia di miti e suggestioni estetiche. L'isola diventa per lui un'Arcadia moderna, uno spazio in cui la ricerca esistenziale e quella artistica possono coincidere.

La vita quotidiana è scandita dal mare, dal sole e dal contatto con la cultura arcaica dell'isola: nuotate nello Ionio, esplorazioni nelle grotte costiere, lunghe navigazioni, giornate trascorse tra la pesca e la contemplazione del paesaggio.

Tuttavia, non si tratta di mero edonismo esotico: nelle pagine di La grotta di Prospero, Durrell rielabora questa esperienza in una dimensione quasi metafisica, dove il presente si intreccia con il mito. L'isola non è solo un luogo fisico, ma uno spazio letterario e simbolico, in cui l'autore segue le tracce di Ulisse, Nausicaa, Prospero e delle divinità arcaiche che ancora sembrano risuonare tra le pietre e gli uliveti.

Il titolo stesso del libro allude a questa fusione tra realtà e immaginario.

«Vi ho mai detto che Corfù è l'isola di Prospero?» domandò il conte D. «Non credo che gli studiosi concorderebbero, ma a voi, amico mio, a voi farà piacere sapere che Shakespeare pensava a Corfù mentre scriveva 'La tempesta'. Chi lo sa? Forse ci è persino venuto».

Questa Corfù idealizzata diventa il paradigma dell'isolomania durrelliana: il desiderio di un altrove che sia allo stesso tempo rifugio e ispirazione, utopia personale che sfida il realismo storico.

La sovrapposizione tra esperienza sensoriale e memoria culturale definisce la visione estetica dell'autore: Corfù è un microcosmo dove la realtà si fonde con la letteratura e la filosofia, un luogo in cui l'autore radica la sua esistenza nella libertà e nella riflessione. In questo senso, la sua permanenza sull'isola rappresenta un esperimento di vita artistica, una ricerca di armonia tra natura, cultura e scrittura. La bellezza dell'ambiente agisce da catalizzatore per una visione poetica del mondo, in cui la percezione sensoriale si trasforma in linguaggio lirico.

Durrell trasforma così la sua esperienza a Corfù in una riflessione più ampia sulla possibilità – e forse l'illusione – di creare un'utopia estetica in un mondo destinato al mutamento.

Primo e forse più lirico dei tre libri che compongono il trittico delle isole, La grotta di Prospero è il manifesto della visione idilliaca del Mediterraneo che attraverserà tutta l'opera di Durrell. Il titolo rimanda a La tempesta di Shakespeare, in cui Prospero – esiliato su un'isola – crea un ambiente di magia e potere. Per Durrell, Corfù è l'isola incantata della sua giovinezza, un luogo fuori dal tempo che prefigura il concetto di isolomania, l'attrazione quasi ossessiva per le isole come spazi di libertà e creazione.

L'isola dell'Egeo viene presentata come un locus amœnus, uno spazio edenico in cui la natura si manifesta in una purezza primigenia. Il suo mare, le colline, la luce cangiante creano un senso di armonia e sospensione temporale. Tuttavia, Durrell non descrive mai il paesaggio greco con freddezza documentaria: lo osserva, invece, attraverso la lente della classicità e della letteratura, intrecciando esperienze reali e riferimenti omerici. Corfù non è solo un'isola, ma una costruzione simbolica, un palcoscenico in cui i miti antichi si mescolano all'esperienza del viaggiatore moderno.

La prosa di La grotta di Prospero è densa di immagini sensoriali e possiede una qualità quasi musicale. Durrell usa un registro evocativo e allusivo, capace di trasformare i dettagli naturalistici in impressioni pittoriche. L'isola non è semplicemente descritta, ma trasfigurata attraverso la sensibilità dell'autore, come in questa descrizione della luce mediterranea:

Di sera le acque azzurre della laguna carpiscono il chiaro di luna e lo riproducono in fontane di cristallo sugli scogli bianchi e nella profondità del balcone, fin nella stanza dall'alto soffitto dove i quadri di N., indolentemente piacevoli, guardano fissi dalle pareti. E invisibile l'aria (fresca come l'alito che esala da un melone) si riversa sui davanzali delle finestre e va a fondersi con l'odore delle lampade ormai esaurite. Tutto è così silenzioso che la voce d'un uomo nel buio laggiù, tra gli olivi, echeggia e colpisce come la voce della coscienza.

La notte mediterranea è una scenografia liquida, in cui la luna si frammenta e si moltiplica nelle acque, creando un teatro di riflessi e bagliori. Gli interni si confondono con l'esterno, l'aria diventa un elemento vivo, profumato, quasi tattile. E poi il silenzio, così assoluto da amplificare ogni suono, da trasformare una voce lontana in un'eco interiore. In questa casa isolata, tutto diventa contemplazione e soglia: la percezione si affina fino a toccare la coscienza stessa.

Due grandi catene montuose racchiudono questo paradiso. (...) Noi viviamo qui, all'ombra di questo monte, dove una vegetazione minuta si aggrappa alla roccia e un'acqua aspra, ferrosa e fredda come il ghiaccio sgorga dalle gole. Gli olivi crescono stentati e contorti nello sforzo di mantenersi saldi su questo pietrame da gesso che continua a sgretolarsi. Le loro radici, simili a muscoli di lottatori, pendono dai canaloni.

L'isola di Durrell non è un rifugio morbido, ma un luogo aspro, scolpito dal vento e dall'acqua, dove la bellezza non è mai solo idillio ma anche resistenza. Le montagne che racchiudono questo "paradiso" sono al tempo stesso confine e protezione, muraglia naturale che separa l'abitato dal resto del mondo. Il paesaggio greco è arcaico, indomito: l'acqua è ferrosa e fredda, gli ulivi non sono dolci emblemi mediterranei, ma esseri tesi nello sforzo di esistere, radicati nella pietra come pugili che combattono per la loro permanenza.

Il legame tra natura e corpo è fortissimo: le radici degli alberi sono muscoli, i canaloni diventano vene pulsanti della terra. Durrell non descrive mai in modo neutro – ogni cosa, ogni dettaglio, è animato da una forza quasi antropomorfica, come se il paesaggio fosse un organismo vivo, una presenza che respira e lotta, proprio come l'uomo. Qui il Mediterraneo non è un'oasi di pace, ma una sfida, una tensione perpetua tra la fragilità dell'esistenza e la forza primitiva della natura.

Pigramente sleghiamo la barca a remi e ci dirigiamo verso il punto in cui l'azzurro immobile del mare si increspa in una sola piega, come una tenda afferrata da una mano che passa. Una spiaggia di graniglia, strappata alla punta della scogliera, degrada in una fila di scogli sommersi. Un grande albero di fico contorto sospeso come un coccodrillo sul bordo dell'acqua.

Durrell ha la capacità di trasformare un semplice momento di navigazione in un'immagine sospesa tra realtà e visione. Il mare non è una distesa uniforme, ma un tessuto sottile e sensibile, increspato da una piega invisibile, come se una mano lo sfiorasse. L'elemento acquatico è vivo, dotato di un respiro nascosto che si rivela nei suoi impercettibili movimenti.

La spiaggia non è un morbido approdo, ma un frammento di terra strappato alla scogliera, un residuo di una battaglia geologica tra pietra e mare. Nulla, in questo paesaggio, è docile o statico: tutto è tensione, trasformazione. E poi l'immagine più sorprendente – l'albero di fico, che non è solo un albero, ma una creatura che pare galleggiare sul bordo dell'acqua, un coccodrillo immobile in agguato. È proprio qui che la scrittura di Durrell si distingue: il paesaggio non è mai semplice sfondo, ma regno di metamorfosi, dove la natura assume forme inaspettate e il reale si confonde con il simbolico.

E poi la murena:

Ci sono volute tre persone per trascinarla sullo scoglio, e per un quarto d'ora sulla terra ferma la bestia ha combattuto selvaggiamente, con due tridenti che le trapassavano il cervello e altri due nei fianchi. Mentre scrivo sento ancora il colpo secco delle sue mascelle sul manico del tridente. Aveva i muscoli di un lottatore, e la coda si assottigliava in un grande cuscinetto pinnato di cartilagine scura – una turbina; nell'insieme tutto il pesce sembrava più un'invenzione americana che una creatura marina; con in più la ferocia e la determinazione di Satana.

La lotta con la murena diventa una sorta di duello primordiale, uno scontro tra l'uomo e una creatura marina che sembra appartenere a un tempo arcaico. La descrizione è viscerale, fisica, quasi brutale: il corpo della murena è una macchina da guerra, una creatura aliena e demoniaca, una fusione di carne, ossa e volontà feroce. Il Mediterraneo, con la sua luce e la sua bellezza, nasconde anche questo lato oscuro, fatto di sangue, predazione e resistenza cieca. La natura, qui, non è contemplazione lirica, ma teatro di un'energia selvaggia e indomabile.

E Van Norden, la barca:

Lui la sa maneggiare con molta più sensibilità di noi; con rudezza e determinazione, e sapendo infallibilmente che cosa chiederle. Risale il vento come una ballerina e poi si dondola nell'acqua calma sotto casa come un vascello di seta.

La barca non è solo un mezzo di trasporto, ma un'estensione dell'uomo che la guida, un organismo vivente che risponde con precisione a chi sa comprenderne il respiro. L'isolano la conduce con una sapienza istintiva, non con brutalità, ma con quella rude delicatezza che solo chi conosce profondamente il mare può possedere. La barca si fa corpo e musica, un tutt'uno con il vento, che la solleva con leggerezza, facendola danzare come una ballerina prima che trovi riposo nell'acqua calma, scivolando come un vascello di seta.

E questa imbarcazione è più di un semplice oggetto: il suo nome, Van Norden, è un omaggio di Durrell all'amico Henry Miller, che in Tropico del Cancro aveva dato questo nome a un personaggio letterario. Se Miller aveva tracciato il suo Van Norden sulla carta, Durrell lo incide sulle onde, trasformandolo in una barca che incarna la loro comune ricerca di libertà, la loro fuga dalle costrizioni del mondo anglosassone.

La frase stessa con cui Durrell descrive la navigazione della barca – un movimento che si eleva nel vento per poi sciogliersi nelle onde – rispecchia la loro idea di scrittura: un'arte che non si impone con forza, ma che trova la sua strada nella danza con gli elementi, in un continuo gioco di resistenza e abbandono. Il mare è uno spartito, la barca una nota che risuona tra le onde, portando con sé la voce di due scrittori che, a modo loro, hanno fatto della parola e dell'acqua, della fluidità, la loro vera dimora.

E San Spiridione:

L'isola è il santo, e il santo è l'isola. Il suo nome è imposto di regola ai figli maschi. La sua effigie di latta – volto triste con la barba e grosse sopracciglia – viene fissata a ogni nuova alberatura di cipresso delle barche dell'isola. Giurare sul suo nome vuol dire legarsi col più solenne dei voti, perché San spiridione a Corfù è ancora vivo dopo quasi duemila anni. L'isola è tutta sotto la sua influenza.

L'isola e il suo santo patrono si confondono, si fondono in un unico spirito tutelare. San Spiridione non è solo una figura religiosa, ma l'anima stessa di Corfù, radicata nel tessuto della vita quotidiana, nei nomi, nelle imbarcazioni, nei giuramenti solenni. L'eternità si deposita sulle acque, sulle strade, sugli ulivi: il tempo qui non scorre in maniera lineare, ma si avvolge su se stesso, mantenendo in vita un passato che in altre parti del mondo sarebbe già scomparso. La Grecia di Durrell è sempre questa: un luogo dove il sacro non è memoria lontana, ma presenza tangibile, respirabile, palpabile.

La nostra vita su questo promontorio ha assunto il tono di un impeccabile teorema euclideo. La notte e il sonno risolvono e completano il giorno col loro 'quod erat demonstrandum'; e se prima dell'alba, presi da inquietudine, ci si sorprende a rimirare la stella del mattino, sospesa a oriente come una goccia di rugiada gialla, non è che il sonno (bello, come la morte nelle novelle) ne rimanga infranto: anzi, viene come dilatato, arricchito dall'astro silenzioso, l'intensa fragranza degli alberi e il mare che pacato torna a sciabordare...

L'isola è una costruzione perfetta, un teorema euclideo in cui ogni elemento – il giorno, la notte, il sogno – si incastra in un equilibrio assoluto. Ma Durrell non è mai solo un osservatore: il suo sguardo, pur logico e strutturato, viene costantemente sfidato dall'irrazionale, dal mistero:

...E ci si ritrova confusi, stupiti dalla sovrapposizione dei confini del sogno e della realtà, mentre nel corpo della persona che respira lì accanto, come in una conchiglia, risuona la sistole e diastole delle acque.

La stella del mattino, la rugiada dorata, il respiro umano che riecheggia come il ritmo delle onde: tutto si fonde, tutto si confonde. Qui il confine tra sogno e realtà si dissolve in un unico stato di coscienza, in cui il mare, la terra e il corpo diventano un solo organismo pulsante.

Notti blu e geometriche; luna fascinosa e seducente; l'arco del cielo come l'impronta di un immenso abbraccio mentre lei sorge – quasi salisse lungo la nostra gola, pura e risplendente. Dopo averla fissata fino a rimanerne agghiacciati, di colpo le umane proporzioni del mondo si riassestano.

La notte greca è geometria e incanto, architettura celeste in cui la luna si muove come un corpo vivo, quasi un essere con intenzioni proprie. L'immagine della luna che "sale lungo la gola" è intensamente fisica, quasi mistica: la sua luce, così pura e assoluta, sembra invadere lo spazio interiore, sostituire ogni altro pensiero. Il mondo, per un istante, si dissolve nella sua perfezione, fino a che lo sguardo umano, incapace di sostenere l'infinito, riporta tutto alle giuste proporzioni. Ma qualcosa, in quel contatto con il sublime, è ormai cambiato.

Si è alzato un sottile spicchio di luna, e i venti del primo mattino si allargano ora a increspare la superficie dell'acqua per un minuto ogni volta prima di svanire. I cipressi si stirano per un attimo dopo il loro romantico sonno, come modelle anchilosate dalla stanchezza.

L'alba è un momento di risveglio non solo per l'uomo, ma per la natura stessa. La luna, appena nata, è una presenza silenziosa che osserva il mondo. I venti del mattino, fugaci, sfiorano il mare con mani leggere, poi svaniscono, lasciando solo una traccia effimera. E gli alberi, quei cipressi tanto cari a Durrell, sembrano esseri senzienti, creature che escono dal torpore della notte stirando le loro membra sottili (modelle anchilosate dalla stanchezza). La natura è viva, animata da un respiro lento e segreto che solo chi ha imparato ad ascoltare può percepire.

La superficie delle rocce frantuma la luce, riflettendola verso l'alto e verso il basso: così che, fissando gli occhi nella luminosità rifratta del sole ionio, il bagnante, come sospeso sulla sua barca, può al contempo immergere lo sguardo per più di cinque metri giù, dentro l'acqua, senza che pietre o piante possano interferire nel gioco dell'immaginazione: così che, nel tuffarsi, può immaginare di penetrare sotto il pavimento dello spazio, finché le sue dita non toccano la sabbia compatta del fondo: così che, riemergendo, portato alla superficie dall'aria e dai muscoli, può sentire che, con le sue braccia, sta aprendo non solo il cielo azzurro, ma il soffitto stesso della volta celeste.

L'acqua non è più solo elemento naturale, ma portale tra dimensioni. Guardare giù, verso il fondo marino, significa scrutare sotto il pavimento dello spazio, come se il mare fosse il confine tra il visibile e l'invisibile. L'immersione è un attraversamento, un rito di passaggio in cui il corpo si dissolve nell'acqua e riemerge in una nuova percezione del mondo.

È qui che sono le grotte. (...) Alle pareti pesanti grovigli di basalto, fasci muscolari di roccia vulcanica rosso sangue, porpora, verde e madreperla. Un posto adatto per concentrarsi a prendere decisioni e per incontrare chi si ama di un amore timido e inespresso.

Le grotte, con le loro pareti muscolari e iridescenti, diventano santuari, luoghi di rivelazione e intimità, spazi dove il pensiero si concentra e l'amore può restare sospeso tra il detto e il non detto.

Per chi è affascinato da ciò che è recondito, o per il puro specialista, va ricordata l'esistenza dell'altra grotta, molto vasta, (...) più alta e asciutta, dall'ingresso maestoso. Le pareti qui palpitano per i corpi dei pipistrelli appesi come pesanti cortine, che si agitano stridendo a ogni rumore molesto. (...) Un corridoio ben delineato, che sembra condurre proprio nel cuore della terra (...) come in un sogno o una poesia troppo carica di allusioni. (...) Pareti che tornano a vibrare per quella membrana di pipistrelli che le ricopre; sconosciuti fremiti e accoppiamenti, sconosciute agitazioni e risvegli, sconosciuti arrivi e partenze – come l'inconscio nel suo assopimento clandestino.

Ma anche caverne che si addentrano nelle profondità della terra, evocando sensazioni oniriche ricche di simbolismi. Le pareti che vibrano, ricoperte di pipistrelli, suggeriscono attività misteriose e movimenti nascosti, paragonabili alle dinamiche dell'inconscio umano nel suo stato di quiete segreta.

Mollate al vento, le vele prendono come un fuoco bianco e il mare, increspandosi ai bordi del Van Norden, ne disegna la bianca scia spumeggiante. Sottovento l'orecchio riesce a captare l'alfabeto Morse del verso delle cicale, alte sulle scogliere; ancora più su, fluttuanti nello spazio, risuonano le note acerbe, come di ottone, di un canto femminile. (...) O se invece il canto non sia un suono della mente, alto e chiaro sopra le vele bianche dove le aquile, come spezzoni di roccia, precipitano per risalire e poi precipitare di nuovo lungo le invisibili scalee dell'azzurro. Ben poco di tutto ciò si può catturare con le parole.

Qui Durrell fonde la realtà sensoriale con il mito. Il battito del vento sulle vele diventa fiamma, il suono delle cicale un codice segreto, il canto femminile un'eco atemporale. E tutto è pressoché ineffabile.

Il Van Norden, nel virare, per un attimo viene percorso da un tremito, attratto da opposte intenzioni, e poi fila diritto tra le torreggianti pareti di roccia, nella baia dove Nausicaa incontrò l'Eroe timido, gettato a riva nudo come Adamo, ma dotato di un'intelligenza molto superiore. (...) E Corfù, la terra dei feaci, amanti del remo, è il luogo in cui Ulisse incontra Nausicaa. (...) Tre città si contendono Ulisse e Nausicaa: nel Nord Kassiopi, coi suoi platani giganteschi e il buon approdo, la piazzaforte scoscesa coperta di lecci dove pascolano tutto il giorno le capre, potrebbe ben essere stata il luogo di quella visione.

La barca è un'entità vivente che vibra di incertezze prima di trovare la sua rotta. E la meta è il cuore stesso della leggenda: il luogo dove Ulisse, fragile e nobile, incontrò Nausicaa, e il tempo si piega al mito.

* * *

Ma l'idillio è destinato a interrompersi. Quattro anni dopo, lo scoppio della Seconda guerra mondiale costringe Durrell ad abbandonare l'isola, spezzando il legame profondo instaurato con il luogo e i suoi ritmi. Corfù, tuttavia, non verrà mai davvero lasciata alle spalle: resterà come dimensione interiore, paradigma estetico che accompagnerà l'autore per tutta la vita.

La grotta di Prospero non è perciò un semplice resoconto di viaggio o un diario esistenziale, bensì un'opera in cui la scrittura diventa atto di resistenza al trascorrere del tempo e alle fratture imposte dalla Storia. Il libro restituisce l'essenza di un Mediterraneo sia concreto che onirico, in cui la bellezza si intreccia alla malinconia e il desiderio di radicamento si scontra con l'inevitabilità della partenza.

Durrell affida alla scrittura il compito di restituire la complessità dell'esperienza mediterranea, fatta di colori, odori, suoni e sensazioni tattili. Come sarà per il Quartetto di Alessandria, la narrazione si compone di frammenti, creando un effetto di sospensione tra sogno e realtà. La grotta di Prospero è il travel book che ha preso forma «da tutti questi frammenti», un'opera in cui la geografia reale si dissolve in una visione poetica, aprendo la strada alla successiva maturazione letteraria dell'autore.


6. Riflessi di una Venere marina (1953)

"Reflections on a Marine Venus: A Companion to the Landscape of Rhodes"

Nel 1945, dopo la riconquista di Rodi, le autorità britanniche cercano qualcuno in grado di riorganizzare la pubblicazione dei quotidiani sull'isola. La scelta ricade su Lawrence Durrell, profondo conoscitore della Grecia e del Mediterraneo, in cui aveva già vissuto anni felici prima della guerra. Accetta immediatamente l'incarico, ma il suo ritorno è segnato da emozioni contrastanti.

Il ritorno all'ordine avrebbe richiesto ancora molto tempo; la riattivazione delle comunicazioni postali con il resto del mondo, l'organizzazione della stampa quotidiana, la riparazione delle case diroccate: da tutto questo dipendeva l'"ordine", nell'accezione che il termine dovrebbe avere nel Ventesimo secolo.

La Grecia che Durrell ritrova è diversa da quella che aveva lasciato. Il trauma della guerra e l'occupazione hanno procurato segni indelebili: tra le vestigia dell'amministrazione fascista e le file di prigionieri tedeschi, si affaccia la domanda se sia ancora possibile ritrovare quella purezza e quella magia che avevano segnato i suoi anni giovanili.

Il porto di Mandraki presentava strani contrasti: metà dello specchio d'acqua era coperto di barche e scafi distrutti, ammassati insieme come per proteggersi dalle bombe. (...) In tutta la sua lunghezza il fronte del porto era picchettato e reticolato di filo spinato. (...) Pali infissi nelle basi rocciose dei moli trascinavano i fili spinati sott'acqua e, sul fondo, erano piazzati blocchi di cemento e difese sottomarine...

Durrell osserva il porto di Mandraki, caratterizzato da contrasti sorprendenti. Una parte dell'acqua del porto è occupata da imbarcazioni distrutte, ammassate come se cercassero protezione dalle bombe, mentre l'intera linea costiera è meticolosamente fortificata con filo spinato e pali fissati nelle basi rocciose dei moli che estendono le difese sott'acqua, con blocchi di cemento.

...Schegge di granata avevano butterato le facciate delle case e portato via interi pezzi di quelle stucchevoli statue di bronzo dei Cesari, disposte in bella fila dagli Italiani con la presunzione di abbellire l'area del porto.

Le facciate delle case, butterate, mostrano i segni delle esplosioni. Le statue di bronzo dei Cesari, erette dagli Italiani durante l'occupazione fascista, ora danneggiate o abbattute, rimangono spettrali vestigia di un potere decaduto, simboli tangibili dell'illusione di una grandezza ormai svanita.

È in questo contesto che prende forma Riflessi di una Venere marina, un libro sospeso tra nostalgia e rinascita, tra passato e presente.

«Spero proprio che un giorno ti venga voglia di scrivere un libro sull'isola. (...) Non di storia o di miti, ma di paesaggi e atmosfere. Una guida, questa dovrebbe essere l'idea. Dovresti provare a catturare i paesaggi e anche l'atmosfera di questi strani mesi di transizione dalla desolazione alla normalità». Non so più cosa risposi allora. Ma adesso mi rendo conto che stava chiedendomi qualcosa di concreto, capace di celebrare la memoria di quel nostro soggiorno a Rodi pieno di fascino e di grazia.

Durrell ci conduce attraverso un'isola stratificata nella sua memoria e nella sua storia: dalle feste popolari ai monasteri silenziosi, dalle escursioni verso le isole vicine alle corse in macchina lungo le strade assolate, dalle notti trascorse in compagnia di personaggi eterogenei ai momenti di solitaria contemplazione del paesaggio.

La decadenza impone il caos sopra ogni cosa, così che oggi, quando stiamo seduti su un mucchio di pietre a guardare il contadino che munge le capre e sentiamo il latte che gorgoglia nei recipienti di latta, all'unisono coi moscerini che ronzano attorno, non sappiamo dire se questo ammasso sconnesso di sassi sia franco, miceneo, bizantino o saraceno. Spesso la risposta è: tutte queste cose insieme.

Tuttavia, il libro non si limita ad essere resoconto di viaggio o autobiografia dissimulata: attraverso le sue pagine, prende forma la storia dell'isola, dal Colosso di Rodi all'epopea dei Cavalieri dell'Ordine, dalla dominazione ottomana alla controversa presenza italiana negli anni del fascismo e della guerra.

Gli storici fanno notare come l'Ordine [di Malta], dopo la conquista di Rodi e l'acquisizione del vasto patrimonio lasciato dal defunto Ordine dei Templari, sia andato incontro a una progressiva trasformazione delle sue prerogative. Il processo di accumulazione di un'enorme ricchezza materiale, sostengono alcuni, fu causa di un graduale cedimento delle fondamenta morali su cui si era fino ad allora retta l'organizzazione. Gli interessi secolari cominciarono a entrare in contraddizione con gli ideali spirituali.

Pur nella precisione storica e documentaria, ciò che distingue Riflessi di una Venere marina è lo stile pirotecnico e raffinato dell'autore. Durrell unisce erudizione e leggerezza, alternando aneddoti e divagazioni: dai rimedi popolari per la calvizie ai consigli di lettura su volumi rari del Sei e Settecento, dalle curiosità linguistiche ai dettagli di vita quotidiana. Il suo tono è colto ma mai pedante, e il lirismo che attraversa le sue descrizioni si accompagna a un'ironia sottilmente malinconica.

Le recenti disposizioni sulla censura mi hanno investito di nuove responsabilità; l'ordinanza dice: «Tutto il materiale stampato deve essere sottoposto all'Ufficio delle Informazioni prima di essere diffuso». I cittadini di Rodi hanno preso la cosa alla lettera (...). Oggi, la porta si è spalancata e mi è comparso davanti un tipo gigantesco dall'aria cadaverica con grossi denti e baffi arricciati e indosso una casacca macchiata di sangue. Era il poeta-macellaio di un paesino vicino. (...) Ha tirato fuori da sotto la blusa un plico di fogli a righe, di quelli che i bottegai usano per le note di spesa, e me lo ha passato, dicendomi semplicemente: «Sono Manoli il macellaio, e questo è il mio poema epico».

Se La grotta di Prospero era pervaso dall'euforia della scoperta e dal senso di un'Arcadia mediterranea, Riflessi di una Venere marina si distingue per una visione più matura e disincantata. La guerra ha trasformato lo sguardo dell'autore, rendendolo più consapevole della fragilità di quel mondo che aveva tanto amato.

Anche l'erosione del suolo avanza rapidamente, nonostante gli Italiani abbiano fatto molto per preservare le zone più verdi di Rodi. Ma i contadini sono di parte. Uno dei problemi di Gideon è stato proprio quello di convincerli che le misure di protezione del suolo iniziate dagli Italiani non erano funeste violazioni del fascismo alle libertà dell'uomo.

Rodi, con il suo passato mitico e il suo presente segnato dal conflitto, diventa un'isola di transizione: non più il rifugio incontaminato della giovinezza, ma un luogo in bilico tra il ricordo e la disillusione.

Sulle mura è in corso uno scontro tra due eserciti armati di spade di legno: una dozzina di ragazzini con berretti di carta contro una dozzina senza berretti. Non giocano, come si potrebbe pensare, a cavalieri e Saraceni, ma a Inglesi e Tedeschi. Sciamano avanti e indietro. Nessuno muore o rimane ferito, ma uno delle truppe d'assalto si è messo a piangere. Le loro grida si uniscono al sottile stridio dei rondoni che dalle mura sfrecciano nell'azzurro. In alto, contro il sole, un'aquila plana sopra le nostre teste e guarda la storia che ancora una volta plagia se stessa sopra queste mura ingentilite dal sole.

Il titolo stesso del libro è emblematico: rimanda a una statua di Afrodite ritrovata nelle acque di Rodi, simbolo di un'estetica classica sopravvissuta alle rovine della modernità.

Sorse come nata dalla schiuma del mare, ruotando lenta il corpo elegante da una parte e dall'altra, come inchinandosi al pubblico. L'acqua di mare l'aveva levigata per secoli, fino a farla sembrare una bianca pasticca di pietra, senza più i tratti netti che il bulino le aveva impresso un tempo. Ma la grazia della postura era tale – il collo e i seni esili sul torso ben modellato, le linee dolci del braccio e della coscia – che l'assenza di contorni nitidi non faceva che aggiungere una grazia più morbida e conturbante.

Durrell assiste al suo recupero e ne fa il simbolo della bellezza che resiste al tempo e alla distruzione, ma che non può rimanere immune alla Storia.

Furono i pescatori a portarla su con le reti un pomeriggio. Pensavano a una pesca ricchissima; e invece era solo una pesante statua di marmo di una Venere Marina, coperta di alghe e con i pesciolini che, come monete d'argento, guizzavano spaventati intorno alla placida figura candida dagli occhi senza sguardo. (...) Ora sta lì nel museo dell'isola, assorta nella sua vita interiore, intenta a meditare sull'opera del tempo. (...) Dietro di lei e tramite lei, è tutta l'idea di Grecia a velarsi di tristezza; la Grecia come un capitello rotto, come i cocci dispersi di un bel vaso, come un torso di statua abbandonato.

L'isola è splendida, ma segnata dalla guerra. I suoi monumenti sono testimoni di un passato glorioso e, al contempo, di un presente incerto. Se a Corfù Durrell aveva celebrato un mondo quasi fuori dal tempo, qui si fa strada il sospetto che il sogno mediterraneo sia fragile e possa essere infranto.

Adesso quello scalpo carnoso che era la collina era segnato dalle orrende incisioni delle postazioni anticarro. Faceva parte del sistema difensivo organizzato dagli Italiani. Lo si poteva dedurre dai rifiuti, che contenevano un'alta percentuale di bottigliette di brillantina vuote e di abiti smessi.

L'isolomania dell'autore si muove ormai tra incanto e consapevolezza storica: la Grecia è ancora un luogo di fascinazione, ma non può più essere vista come un rifugio assoluto.

Gideon levò un bicchiere di vino rosato contro la luce rossa del cielo, come nel tentativo di imprigionarvi gli ultimi raggi del tramonto: «Ecco dove Omero è riuscito a trovare l'associazione per l'aggettivo "dalle dita di rosa". Solo l'esperienza di un tramonto rodio poteva suggerirla! Guardate!». E in effetti in quella strana luce le sue dita, viste attraverso il vino, tremavano, rosa come corallo contro il cielo luminoso...

Durrell arricchisce il libro con divagazioni storico-letterarie e aneddoti personali, dimostrando una cultura vasta e poliedrica che si esprime con naturalezza e leggerezza.

...«Non ho più dubbi: Omero è nato a Rodi» aggiunse tutto serio. Mi accorsi che era un po' brillo. Mi invitò con insistenza a sedermi con lui e a imitarlo e per un attimo scrutammo le nostre dita attraverso i bicchieri, poi brindammo solennemente a Omero. (...) Per un istante la strada vibrò in quella luce irreale da palcoscenico, poi il buio scivolò giù dalla collina. «Una vetrata colorata infranta da una granata».

Se La grotta di Prospero era dominato da una scrittura lirica e contemplativa, Riflessi di una Venere marina si distingue per una prosa più brillante e ironica, capace di alternare momenti di intensa bellezza descrittiva a passaggi di pungente arguzia.

Le case avevano cominciato a incresparsi ai bordi come fogli di carta che bruciano e, man mano che il sole scendeva dietro la collina scura alle nostre spalle, i toni di rosa e di giallo si coagulavano in macchie di luce che scivolavano via su spigoli e cornicioni; a quel punto, per un attimo, i minareti delle moschee che cominciavano a scurirsi si accesero di blu, come fogli di carta carbone attraversati dalla luce.

Il paesaggio è restituito con immagini vivide e precise, in cui la memoria storica e la percezione personale si sovrappongono:

La luna era quasi tramontata, ma tutto l'anfiteatro era ancora pieno di luce, sulle case bianche si proiettava una patina scintillante come di alluminio e verso il mare si aggrumavano masse d'ombra. C'era una brina sottile sul terreno e tutto era coperto da una fitta peluria di rugiada.

Non si tratta solo di una celebrazione dell'isola, ma di una riflessione più ampia sulla natura del viaggio e della memoria.

Nel silenzio si udiva dell'acqua gorgogliare da qualche parte, più in basso, sottoterra. Gridò un gufo, una volta, due, poi lo sentimmo volare leggero da un albero all'altro, col fruscio di una gonna di lino. Mi tornarono subito in mente altri momenti passati in paesaggi del genere, col tempo che si imprime sopra il silenzio, facendo rivivere i colori del passato.

Durrell non si limita a descrivere ciò che vede: ogni paesaggio diventa un palinsesto in cui passato e presente si sovrappongono, in cui il viaggiatore si interroga sulla fugacità della bellezza e sulla possibilità di conservare intatto un luogo nell'anima.

Finalmente anche E. è arrivata dall'Egitto insieme al resto del personale dell'ufficio e ha portato anche parecchie delle mie cose: quanto basta per cominciare a pensare di metter su casa. (...) Ho cercato per anni di descriverle lo scenario dell'Egeo, ma ho sempre colto nel suo sguardo un'espressione incredula quando gliene parlavo. Era evidente che sospettava in me un eccesso di licenza poetica. Adesso è senza parole e, come è tipico delle donne, mi dice: «Perché non mi hai mai detto che era così meraviglioso?». «Ci ho provato, ma non volevi credermi». Seduti sotto il grande platano sulle mura del forte, passiamo i pomeriggi a guardare i mulini a vento che fan girare le pale contro il cielo azzurro e ad ascoltare le grida distanti e monotone dei venditori di frutta nel mercato che si stende ai nostri piedi.

In Riflessi di una Venere marina, Rodi appare come un'isola in transizione, un luogo dove la bellezza classica sopravvive alle fratture della storia. Se Corfù era stata un rifugio quasi edenico, Rodi è un territorio segnato da stratificazioni culturali e politiche: dai cavalieri di San Giovanni al dominio ottomano, dall'occupazione italiana alle devastazioni della guerra. L'isola diventa così uno spazio liminale, un palinsesto su cui Durrell proietta la sua sensibilità storica e la sua ironia. Qui l'isolomania si tinge di malinconia, perché l'isola non è più solo il teatro di un'utopia personale, ma un territorio attraversato dalla Storia e dalla sua ineluttabile violenza.

Ian MacNiven, biografo di Durrell, ha osservato che questo libro è «un ponte tra l'idillio corfiota e la disillusione cipriota» (Lawrence Durrell: A Biography). Corfù era un sogno, Rodi è il momento in cui il viaggiatore comprende che il sogno è fragile, e che la bellezza, pur sopravvivendo, porta con sé il peso degli avvenimenti.

7. Gli amari limoni di Cipro (1957)

"Bitter Lemons"

Dopo Corfù (La grotta di Prospero) e Rodi (Riflessi di una Venere marina), Lawrence Durrell approda a Cipro, ultima tappa del suo viaggio mediterraneo, dove soggiornerà per tre anni, dal 1953 al 1956. Qui la grecità che aveva tanto amato assume forme nuove, ibride, segnate dalla distanza dalla madrepatria e dalla convivenza con la cultura turca. Ma a differenza delle isole precedenti, Cipro non è solo un luogo di bellezza e storia: è anche una colonia britannica, e la sua armonia è già incrinata dalle tensioni politiche che stanno per esplodere.

Negli anni Cinquanta, la crisi si acuisce. La Grecia reclama l'annessione dell'isola, la Turchia si oppone, mentre l'arcivescovo Makarios, leader del movimento per l'autonomia, viene deportato dalle autorità inglesi. Gli attentati si moltiplicano, Londra invia rinforzi, le strade sono presidiate dai commandos e i campi di prigionia si riempiono.

Durrell si trova nel cuore di questa frattura. Giunto a Cipro come privato cittadino, si ritrova addetto stampa dell'amministrazione britannica, costretto a muoversi tra la lealtà alla madrepatria e il suo amore per l'isola. Parla con greci e turchi, ascolta entrambi, osserva il conflitto da vicino. Ma quando i suoi amici locali smetteranno di salutarlo per paura di essere associati a lui – basta essere visti accanto a un inglese per rischiare la vita – comprenderà che la sua permanenza è diventata impossibile.

Gli amari limoni di Cipro è il libro della disillusione, l'ultimo atto del trittico delle isole. Non è più il Durrell che a Corfù cercava un rifugio estetico, né il viaggiatore di Rodi ancora innamorato dell'isola nonostante le ferite della guerra. Qui, la Storia soffoca la bellezza, e l'isolomania si sgretola sotto il peso del conflitto.

Spuntò l'alba quasi di sorpresa, irrompendo dal mare notturno oltre il Capo Andreas, un bagliore che si ergeva sopra le facce scure dei monti. Sulla via del rientro, diretti a Kyrenia per far colazione, ci venne incontro la campagna muta, ricoperta di una densa rugiada...

Il nuovo giorno si manifesta inaspettatamente, sorgendo dal mare oscuro, con una luce che si diffonde su montagne annerite. La terra si fa avanti in un silenzio ovattato, coperta da una rugiada densa come un velo di cristallo.

Gli amari limoni di Cipro segna un cambiamento profondo nel tono della scrittura di Durrell. Se nei libri precedenti alternava lirismo e ironia, qui la voce si fa più amara e riflessiva. La descrizione del paesaggio è sempre potente, ma è accompagnata dalla consapevolezza che nessuna bellezza può resistere alla Storia.

...Sarebbero seguite ancora tante mattine, tante sere così, trascorse a bere del buon vino in compagnia, prima che i capricci del caso e i demoni della malasorte trascinassero Cipro nel mercato azionario della politica internazionale e distruggessero non solo la fortuita felicità di quelle amicizie ma, cosa ben più tragica e ineluttabile, le vecchie e sperimentate relazioni su cui si reggeva la vita del villaggio.

L'autore sa che ci saranno ancora altre numerose albe e tramonti come quelli, passati a sorseggiare vino pregiato tra amici, fino a quando le avverse fortune non avranno immerso Cipro nel vortice della politica globale: annientando quella gioia amicale e, quel che è peggio, le tradizionali e solide connessioni alla base dell'esistenza comunitaria.

Durrell continua a raccontare la vita quotidiana: le chiacchiere nei caffè, le tradizioni locali, la cultura dell'isola. Strepitose sono le pagine dedicate alle trattative per l'acquisto della casa sulla ripida salita di Belapais:

«Sono la gente più pigra che esista al mondo» mi disse «e la più cordiale di tutta Cipro. E c'è il miele, e nella valle dietro casa avrà gli usignoli, amico mio». Non nominò la seta, le mandorle, le albicocche; le arance, le melagrane, le mele cotogne... Forse non voleva influenzarmi troppo.

Continua a raccontare la vita di ogni giorno, ma lo fa con la lucidità di chi sa che tutto sta per dissolversi. La sua voce non è più quella del viaggiatore incantato, bensì quella di un uomo che vede il suo mondo frantumarsi.

Le notti si fecero lunghe e tese, segnate dal rumore sordo delle bombe e dal viavai rombante dei mezzi di polizia, che si precipitavano sui luoghi degli incidenti nella vana speranza di riuscire ad arrestare qualcuno. Alle solite bombe artigianali e alle molotov adesso si era aggiunta un'altra sgradevolezza: la bomba a orologeria.

Cipro mantiene, in apparenza, la sua luminosità mediterranea: gli uliveti si piegano al vento, le strade polverose serpeggiano tra i villaggi, le spiagge continuano a bagnarsi nel mare turchese. Ma l'armonia è solo un'illusione. La violenza politica si insinua in ogni angolo dell'isola, trasforma la normalità in fragile inganno.

Agli allarmi notturni si aggiunse il terrore per le strade, di giorno: studenti a piccoli gruppi andavano in perlustrazione in bicicletta e aprivano il fuoco all'improvviso, con le pistole. E sempre, nell'intervallo tra questi incidenti, ritornavano la calma e la bonomia della vita quotidiana, come se riprendessero a sgorgare da qualche misteriosa fonte della bontà, bandendo la paura prodotta dagli incidenti. Il sole continuava a brillare; in una perfetta luce settembrina le barche a vela ondeggiavano oltre la barra del porto di Kyrenia e i caffè erano pieni di clienti seduti ai tavoli per le solite chiacchiere pigre.

Se La grotta di Prospero celebrava la Grecia come un'Arcadia senza tempo, e Riflessi di una Venere marina intrecciava nostalgia e meraviglia, Gli amari limoni di Cipro è il libro del disincanto definitivo. Il sogno mediterraneo si spezza: il paesaggio resta intatto, ma non può più proteggere dall'irruzione della Storia.

Tutto suggeriva l'idea di uno stupefacente inganno. Non c'era modo di accostare le immagini dei giornali, con corpi stesi a terra in pozze di sangue tra sedie dilaniate e vetri rotti, al placido azzurro del cielo levantino, al mare gentile che si strofinava la testa contro le spiagge, come un docile cane pastore. Il visitatore occasionale si stupiva alla vista della gente che faceva il bagno sotto l'occhio vigile dei fucili.

Cipro non è più un locus amœnus, ma un teatro di guerra in cui ogni dettaglio – anche il più banale – si carica di minaccia. Le stesse spiagge che Durrell aveva descritto con lirismo in passato ora sono sorvegliate da soldati armati, i caffè un tempo luoghi di incontro si riempiono di silenzi sospettosi.

Era anche arrivato il momento di cambiare domicilio, perché il mio nuovo incarico non mi avrebbe permesso di stare troppo lontano da un telefono; e per quanto mi dispiacesse andarmene, ero contento di lasciare la casa a mio fratello [Gerald] e di poter contare su piacevoli fine settimana da passare lì. Se poi la mia tristezza era velata da una sensazione di sollievo, questo dipendeva dalla certezza che, non appena avesse cominciato a collezionare i suoi esemplari, la casa avrebbe pullulato di lucertole, topi, serpenti e non so quale altro orrendo essere strisciante inventato dal creatore per renderci sgradevole la vita di quaggiù.

Per la prima volta, il viaggio non è più libertà, ma esilio. L'isola, che in altre epoche lo avrebbe accolto come un rifugio, ora lo respinge. Se a Corfù e a Rodi la bellezza si mescolava alla malinconia, qui la bellezza è un miraggio crudele, un'apparenza che non può nascondere la ferita della guerra.

Il giorno dopo mi feci prestare una pistola da un gentile maggiore scozzese del corpo di polizia. Una decisione rassicurante e nello stesso tempo un'oscenità, ma anche la perfetta rappresentazione simbolica dell'andamento della situazione.

L'atto di procurarsi un'arma a fini di difesa personale gli pare al tempo stesso rassicurante e disturbante, quasi osceno, ma purtroppo rappresentazione perfetta del clima di tensione di quel periodo.

Gli amari limoni di Cipro chiudono il trittico delle isole di Durrell non con una celebrazione, ma con un addio.

Sotto la pioggia battente, sul promontorio spoglio dove la casa di Marie era rimasta a metà, camminavo vicino al mare tuonante, cercando di ricreare nella mente le lunghe serate alla luce delle lampade, passate in tranquille dissertazioni sul vino di Clito, o le passeggiate al chiaro di luna fino alla moschea, dove i sette dormienti, di cui nessuno conosceva la storia, riposavano protetti dal verde dei santi stendardi sotto la volta a bolla, forse consapevoli della luce della luna che (tanto era densa) penetrava attraverso il cemento bianco fin dentro le loro ossa. Era arrivato il momento di lasciare Cipro, lo sapevo.

Se in passato l'autore aveva trovato nelle isole mediterranee una patria elettiva, Cipro gli impone una verità più dura: il viaggio non è sempre scoperta, ma può essere perdita. Il libro, a questo punto, non è più un resoconto di viaggio, ma un requiem per un'idea di Mediterraneo che non esiste più.

* * *

Bitter Lemons
Limoni amari

by Lawrence Durrell

In an island of bitter lemons
In un'isola di limoni amari
Where the moon's cool fevers burn
Dove le febbri fredde della luna ardono
From the dark globes of the fruit,
Dai bruni globi dei frutti,

And the dry grass underfoot
E l'erba secca sotto i piedi nudi
Tortures memory and revises
Tortura la memoria e fa rivivere
Habits half a lifetime dead
Abitudini morte da una vita

Better leave the rest unsaid,
Meglio non dire altro,
Beauty, darkness, vehemence
Bellezza, tenebra, irruenza
Let the old sea-nurses keep
Lasciano che le vecchie nutrici marine custodiscano

Their memorials of sleep
Le loro memorie sonnolente
And the Greek sea's curly head
E che la testa ricciuta del greco mare
Keep its calms like tears unshed
Conservi le sue acque calme come lacrime inconsumate

Keep its calms like tears unshed.
Le sue acque calme come lacrime inconsumate.

La poesia, posta in chiusura del volume, è un testo di grande intensità emotiva, un lamento sommesso e dolente per l'isola amata, ora sanguinante. Già nel titolo, compare la metafora che attraversa tutto il componimento: i limoni, tradizionalmente simbolo di sole, abbondanza e vita mediterranea, qui sono amari, e il loro gusto aspro è la cifra della disillusione e della sofferenza.

Cipro non è qui evocata come paradiso incontaminato, ma come isola di limoni amari, terra di bellezza intrisa di malinconia e ferite. La luna, solitamente immagine di dolcezza e incanto, porta invece con sé febbri fredde, espressione ossimorica che suggerisce inquietudine profonda, sorta di febbre che non scalda, ma brucia insidiosa, logorando la pace. Anche i limoni, nei loro bruni globi, non sono più segni di prosperità, ma frutti segnati da un'ombra, maturati in una terra scossa dal dolore.

La seconda strofa introduce la dimensione della memoria, evocata attraverso la sensazione fisica dell'erba secca sotto i piedi nudi. Non c'è ristoro nella natura, non c'è dolcezza nel contatto con la terra: il paesaggio stesso diventa strumento di tortura per la mente, riaprendo ferite e riproponendo abitudini morte da una vita. È un'immagine potente, che suggerisce il ritorno di ricordi da dimenticare, un passato creduto sepolto, ma che il suolo stesso costringe a rivivere.

Poi, la poesia si distende con una riflessione amara: Meglio non dire altro. È una resa. Non c'è più nulla da aggiungere: la bellezza è lì, la tenebra è lì, le parole non possono più contenere il dolore. Il poeta sembra voler tacere, lasciare che sia il mare stesso, le vecchie nutrici marine, a custodire la memoria dell'isola.

Ma è la chiusa il verso più struggente: il greco mare mantiene le sue acque calme come lacrime inconsumate. È un'immagine assoluta di dolore trattenuto, un pianto che non trova sfogo, un'emozione profonda che rimane sospesa, inespressa, come il destino incerto dell'isola. L'ultimo verso, già straordinario nella sua semplicità, reiterato, si fa lacerante: «Le sue acque calme come lacrime inconsumate».

Con pochi versi essenziali e intensi, Durrell trasmette un lancinante senso di impotenza e nostalgia. La sua Cipro non è più solo un luogo geografico, ma un'anima ferita, un paradiso su cui la Storia incide una cicatrice indelebile. Il poeta non grida, non impreca contro il destino: il suo dolore è quieto, trattenuto, espresso con eleganza amara. E proprio in questa misura, in questa lirica compostezza, la sofferenza si fa ancor più tangibile.

È un addio che non si rassegna, un amore che continua a sanguinare, un'isola che, anche nella bellezza, sa di perdita e di rimpianto.

Il Mediterraneo, che in La grotta di Prospero era luogo di scoperta e in Riflessi di una Venere marina teatro di bellezza malinconica, si muta ora in mare del ricordo, mare che trattiene il passato e non più lo rende.

«Se Lawrence Durrell non avesse scritto né narrativa né poesia, non sarebbe mai diventato il fenomeno letterario che è oggi; eppure, già solo per i suoi libri sulle isole, avrebbe comunque un posto nel canone della prosa poetica».
(A.W. Friedman. Place and Durrell's Island Books. Modern Fiction Studies, 1967) [ii-2025]

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