La voglia di dormire

di Anton Čechov

l racconto La voglia di dormire (Spat' chočetsja, 1888) appartiene a quella stagione giovanile di Anton Pavlovič Čechov (1860-1904) in cui la miniatura narrativa raggiunge una densità quasi insostenibile. In poche pagine, una sola notte e un solo ambiente, egli concentra un'intera tragedia sociale e psicologica. La protagonista è Var'ka, tredicenne al servizio di una famiglia borghese moscovita, incaricata di cullare un neonato che non smette di piangere. L'azione esterna è minima: una stanza soffocante, una lampada verde, ordini secchi, lavori incessanti. Ma sotto questa superficie si apre un abisso. La veglia forzata trascina la ragazza in uno stato di allucinazione crescente, in cui il ricordo della morte del padre, la miseria contadina e il peso dell'oggi si fondono in un'unica ossessione: dormire. Čechov non commenta, non giudica, non spiega. Mostra. E nel mostrare, lascia che il lettore rimanga, senza protezione morale, davanti a ciò che accade. ✦

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LA VOGLIA DI DORMIRE*
Testo : 1/5

Notte. La bambinaia Var'ka, una ragazzina di tredici anni, dondola la culla nella quale giace un bambino, e con voce appena percettibile miagola:
Fa' la nanna, piccolina, canterò una canzoncina...
Davanti all'immagine sacra brilla una lampada verde; attraverso tutta la stanza, da un angolo all'altro, s'allunga una corda sulla quale pendono le fasce e dei grandi pantaloni neri. La lampada getta sul soffitto una gran macchia verde, e le fasce e i pantaloni proiettano delle lunghe ombre sulla stufa, sulla culla e su Var'ka... Quando la luce della lampada comincia a vacillare, la macchia e le ombre si ravvivano e si muovono come se ci fosse del vento. Si soffoca. C'è odore di cavoli agri e di merce da calzolaio.
Il bambino piange. Già da un pezzo è arrochito ed è spossato dal pianto, ma continua a urlare e non si sa quando si cheterà. E Var'ka ha voglia di dormire. I suoi occhi si incollano, la sua testa è tratta giù e il collo le duole. Non può muovere né le palpebre, né le labbra e le sembra che la faccia le si sia disseccata, sia divenuta di legno, e che la sua testa si sia fatta piccina come una testina di spillo.
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* Anton Čechov. La voglia di dormire. In: Racconti. Garzanti, 2004.

All'inizio domina la dimensione sensoriale: la stanza, la macchia verde sul soffitto, l'odore di cavoli acidi, il grillo nella stufa. Il pianto del bambino, monotono e inesorabile, è il centro sonoro attorno a cui tutto si organizza. In questo spazio chiuso, la coscienza di Var'ka comincia lentamente a incrinarsi.

LA VOGLIA DI DORMIRE
Testo : 2/5

Fa' la nanna, piccolina, ti farò la zuppettina...
Nella stufa stride un grillo. Nella stanza accanto dietro la porta russano il padrone e l'apprendista Afanàsij... La culla cigola lamentosamente e tutto si fonde in una musica notturna sonnifera, di quelle così dolci a udire quando ci si corica. Ora invece questa musica irrita e opprime, perché immerge nel sopore ma non fa dormire; se Var'ka, Dio scampi e liberi, s'addormenta i padroni la picchieranno.
La luce della lampada vacilla. La macchia verde e le ombre si muovono, s'infiltrano negli occhi semichiusi e immobili di Var'ka, e nel suo cervello mezzo addormentato si trasformano in vaneggiamenti nebulosi. Ella vede delle nuvole scure che si rincorrono per il cielo e gridano come il bambino. Ma ecco che il vento ha soffiato, le nuvole sono sparite e Var'ka vede una larga strada coperta di fango liquido e sporco; sulla strada si allungano file di carri, si trascinano degli uomini con la bisaccia sul dorso, corrono avanti e indietro delle ombre; dai due lati, attraverso la nebbia fredda e umida, si vedono i boschi. Tutt'a un tratto gli uomini con le bisacce e le ombre cadono nel fango liquido. «Perché?» domanda Var'ka. «Dormire, dormire!» rispondono. E si addormentan forte; dormono saporitamente, mentre sui fili telegrafici stanno appollaiate le cornacchie e le gazze, e gridano come il bambino e cercano di svegliarli.

Quando la lampada vacilla e le ombre si animano, la realtà scivola nel delirio. Le nuvole gridano come il bambino, la strada fangosa si popola di figure che invocano il sonno, il padre agonizzante riprende a gemere. Il tempo si spezza e si ricompone secondo una logica interna, non più cronologica ma psichica.

LA VOGLIA DI DORMIRE
Testo : 3/5

Fa' la nanna, piccolina, canterò una canzoncina...
miagola Var'ka, e già si vede in una capanna scura, soffocante.
Sull'impiantito si rivoltola suo padre, bonanima, Efìm Stepànov. Ella non lo vede; ma sente come si rotola per terra dal dolore e geme. Gli è scoppiata, come dice lui, l'ernia. Il dolore è tanto forte che oggi non può pronunziar parola e non fa che aspirar l'aria e battere coi denti un rullo di tamburo: «Bu-bu-bu-bu...»
La madre, Pelagèja, è corsa alla villa dei padroni a dire che Efìm sta per morire. È un pezzo che è uscita e sarebbe tempo che tornasse. Var'ka è sdraiata sulla stufa, non dorme e tende l'orecchio al «bu-bu-bu» del padre. Ma ecco che ode una vettura arrivare alla capanna. I padroni hanno mandato un giovane medico venuto dalla città come loro ospite. Il dottore entra nella capanna; non si vede, nell'oscurità, ma lo si ode tossire e sbattere la porta.
«Accendete il lume», dice.
«Bu-bu-bu...» risponde Efim.
Pelagèja si lancia verso la stufa e si mette a cercare il coccio coi fiammiferi. Passa un minuto di silenzio. Il dottore, dopo essersi frugato in tasca, accende un fiammifero.
«Subito, signore, subito», dice Pelagèja; si getta fuori della capanna e poco dopo ritorna con un mozzicone di candela.
Le gote di Efìm sono arrossate, i suoi occhi brillano e il suo sguardo è singolarmente acuto, come se egli vedesse attraverso la capanna e il dottore.
«E così, cosa c'è? Cosa ti sei messo in testa?» dice il dottore chinandosi su di lui.
«Eh, eh! È molto tempo che hai questo male?»
«Che dite? È arrivata l'ora di morire, vostra nobiltà... Non resterò in questo mondo...»
«Finiscila con queste sciocchezze... Ti guariremo!»
«Come vorrete, vostra nobiltà, vi ringraziamo tanto, ma però comprendiamo... Quando la morte arriva c'è poco da fare.»
Il dottore per circa un quarto d'ora si rigira intorno a Efìm, poi si alza e dice:
«Io non posso far nulla... Bisogna che tu vada all'ospedale, lì ti faranno l'operazione. Vacci subito... vacci assolutamente! È già un po' tardi, a quest'ora all'ospedale tutti dormono, ma non fa nulla, ti darò un biglietto. Senti?»
«Signore, ma con cosa andrà?» dice Pelagèja. «Noi non abbiamo cavallo.»
«Non importa, parlerò coi padroni, daranno un cavallo.»
Il dottore va via, la candela si spegne e si sente di nuovo il «bu-bu-bu». Una mezz'ora dopo, qualcuno arriva alla capanna. È la carretta che i padroni hanno mandato per andare all'ospedale. Efìm si prepara e parte.
Ma ecco che viene una bella e chiara mattinata. Pelagèja non è a casa: è andata all'ospedale per sapere cosa è successo d'Efìm. In qualche posto piange un bambino e Var'ka sente che qualcuno canta con la sua voce.
Fa' la nanna, piccolina, canterò una canzoncina....
Pelagèja ritorna; si fa il segno della croce e borbotta:
«Durante la notte l'hanno operato e verso la mattina ha reso l'anima a Dio... Che Dio l'abbia in gloria e gli dia la pace eterna... Hanno detto che è andato troppo tardi... sarebbe dovuto andar prima...»
Var'ka va nel bosco e là si mette a piangere, ma tutt'a un tratto qualcuno la percuote nella nuca con una tal forza ch'ella picchia la testa in una betulla. Alza gli occhi e si vede davanti il padrone calzolaio.
«Che fai, rognosa?» dice. «Il bambino piange e tu dormi?»
La scuote dolorosamente per un orecchio; ella scrolla la testa, dondola la culla e miagola la sua canzone.

Con l'avanzare della notte e poi del giorno, il racconto alterna ordini, lavori, comandi, umiliazioni. La giornata è una sequenza meccanica di incombenze: accendere la stufa, preparare il samovàr, pulire, servire, correre. L'esterno borghese e l'interno delirante si sovrappongono fino a diventare indistinguibili.

LA VOGLIA DI DORMIRE
Testo : 4/5

La macchia verde e le ombre dei pantaloni e delle fasce oscillano, ammiccano e presto invadono il suo cervello. Vede di nuovo la strada coperta di fango liquido e sporco. Gli uomini con la bisaccia sul dorso e le ombre si sono sdraiati e dormono forte. Guardandoli Var'ka ha una voglia enorme di dormire; si coricherebbe con voluttà, ma sua madre Pelagèja le cammina accanto e la sollecita. Tutt'e due si affrettano verso la città per andare a servizio.
«L'elemosina, per l'amor di Dio!» domanda sua madre ai passanti. «Iddio ve ne renderà merito in Paradiso!»
«Dammi qua il bambino!» le risponde una voce nota. «Dammi qua il bambino», ripete la stessa voce, ma questa volta bruscamente e con collera. «Tu dormi, vigliacca?»
Var'ka balza in piedi e dopo essersi guardata intorno capisce di che si tratta: non c'è né strada, né Pelagèja, né passanti; ma solo, in mezzo alla stanza, c'è la padrona la quale è venuta per allattare il bambino. Nel mentre che la padrona grassa e dalle grandi spalle allatta, calma, il bambino, Var'ka resta in piedi, la guarda e aspetta che abbia finito. Intanto fuor delle finestre l'aria azzurreggia, le ombre e la macchia verde sul soffitto impallidiscono a vista d'occhio. Presto sarà giorno.
«Tieni!» dice la padrona, abbottonandosi la camicia sul petto. «Piange. Gli hanno dato il malocchio.»
Var'ka prende il bambino, lo rimette nella culla e ricomincia a dondolarlo. La macchia verde e le ombre spariscono a poco a poco e non c'è più nulla che venga a infilarsi nella testa e ad annebbiarle il cervello. Ma ha voglia di dormire come prima, una voglia terribile! Var'ka appoggia la testa sull'orlo della culla e si dondola con tutto il corpo per vincere il sonno, ma gli occhi le si incollano lo stesso e la testa le pesa.
«Var'ka, accendi la stufa!» la voce del padrone arriva di dietro la porta.
Vuol dire che è ora di levarsi e di mettersi a lavorare. Var'ka lascia la culla e corre nella rimessa per prender la legna. È contenta. Quando corri o cammini non hai più tanta voglia di dormire come quando stai seduto. Porta la legna, accende la stufa e sente la sua faccia di legno riarticolarsi e i suoi pensieri rischiararsi.
«Var'ka, prepara il samovàr!» grida la padrona.
Var'ka scheggia il legno, ma è appena riuscita ad accenderlo e a cacciarlo sotto il samovàr che si ode un nuovo ordine. «Var'ka, pulisci le soprascarpe del padrone!»
Si siede per terra, pulisce le soprascarpe e pensa come sarebbe bello cacciar la testa dentro la grande e profonda soprascarpa e fare un sonnellino... E tutt'a un tratto la soprascarpa cresce, si gonfia e riempie di sé tutta la stanza; Var'ka lascia cadere la spazzola, ma immediatamente scuote la testa, sgrana gli occhi e cerca di guardare in modo che gli oggetti non ingrandiscano e non si muovano nei suoi occhi.
«Var'ka, lava la scala di fuori, se no è una vergogna, coi clienti.»
Var'ka lava la scala, rifà le camere, poi accende l'altra stufa e corre a bottega. C'è molto da fare e non c'è un minuto libero.
Ma non c'è niente di più penoso che restare ritta allo stesso posto, davanti alla tavola di cucina a sbucciar le patate. La testa è attratta verso la tavola, le patate abbagliano la vista, il coltello cade dalle mani e accanto cammina la grassa e arrabbiata padrona, con le maniche rimboccate, e parla così forte che rintrona gli orecchi. È un tormento anche servire a tavola, lavare, cucire. Ci son dei momenti in cui vien voglia di lasciare andare ogni cosa, di buttarsi per terra e dormire.
La giornata finisce. Vedendo le finestre oscurarsi, Var'ka si stringe le tempie che ridiventan di legno e sorride, senza saper neanche lei perché. L'oscurità della sera accarezza i suoi occhi che si incollano e le promette un sonno prossimo e forte. La sera, dal padrone, arrivano alcuni ospiti.
«Var'ka, prepara il samovàr!» grida la padrona.
Il samovàr dei padroni è piccolo e, prima che gli ospiti abbiano avuto tè abbastanza, bisogna riscaldarlo cinque volte. Dopo il tè, Var'ka resta un'altra ora in piedi allo stesso posto; guarda gli ospiti e aspetta gli ordini.
«Var'ka, corri a comprare tre bottiglie di birra!»
Ella si precipita e cerca di correre più che può per scacciare il sonno.
«Var'ka, corri a comprar la vodka! Var'ka, dov'è il cavaturaccioli? Var'ka, pulisci le aringhe.»
Ma ecco che finalmente gli ospiti se ne sono andati; i lumi si spengono, e i padroni vanno a dormire.

Nell'ultima parte, il confine tra percezione e allucinazione si dissolve. Ciò che Var'ka chiama "nemico" prende forma non come concetto morale, ma come percezione fisica di un ostacolo che le impedisce di dormire. Qui la narrazione si concentra in un punto di massima tensione, dove gesto e pensiero coincidono in una lucidità rovesciata.

LA VOGLIA DI DORMIRE
Testo : 5/5

«Var'ka, culla il bambino!» si sente ordinare per l'ultima volta.
Nella stufa stride il grillo; la macchia verde sul soffitto e le ombre dei pantaloni e delle fasce s'infiltrano di nuovo negli occhi semichiusi di Var'ka, vacillano e le annebbiano la testa.
«Fa' la nanna, piccolina», miagola, «canterò una canzoncina...»
E il bambino grida, si spossa a furia di gridare. Var'ka vede di nuovo la strada sporca di fango, la gente con le bisacce, Pelagèja, suo padre Efìm. Capisce tutto, riconosce tutti; ma, soltanto, attraverso il dormiveglia, non può capire quale sia la forza che le inceppa le mani e i piedi, l'opprime e le impedisce di vivere. Si volta, cerca questa forza per sbarazzarsene; ma non la trova. Finalmente, sfinita, tende tutte le forze e la vista, guarda in su verso la macchia verde che vacilla e, udendo il grido, trova il nemico che le impedisce di vivere.
«Questo nemico... è il bambino.»
Ella ride. Si meraviglia: come mai non ha capito prima una tale bazzecola? La macchia verde, le ombre e anche il grillo sembrano ridere e meravigliarsi.
La falsa idea s'impadronisce di Var'ka. Si alza dallo sgabello e, sorridendo largamente, senza battere gli occhi, passeggia per la stanza. Le fa piacere e la solletica il pensiero che subito si sbarazzerà del bambino che le inceppa le mani e i piedi... Uccidere il bambino e poi dormire, dormire, dormire...
Ridendo, ammiccando e minacciando col dito la macchia verde, Var'ka s'avvicina furtivamente alla culla e si china sul bambino. Dopo averlo soffocato, si sdraia lentamente per terra, ride dalla gioia di poter dormire e dopo un minuto dorme già, profondamente, come morta....

* * *
🔎 Il cuore del racconto è l'esperienza dell'alienazione. Il titolo russo, Spat' chočetsja, è impersonale: "si ha voglia di dormire". Non "Var'ka vuole dormire", ma una forma quasi oggettiva, fisiologica, che cancella l'individuo; una forma idiomatica che esprime un impulso viscerale – qui, l'ossessione tragica di Var'ka – senza un "io" esplicito, enfatizzando l'universalità del bisogno negato. La fame, la stanchezza, il sonno non sono sentimenti; sono necessità biologiche che, quando negate, disgregano la coscienza. Čechov anticipa qui una sensibilità che oggi definiremmo quasi neurologica: le allucinazioni ipnagogiche, la fusione di percezioni visive e uditive, la ripetizione ossessiva di una parola – dormire – che diventa mantra e condanna.

La tecnica narrativa è di una modernità sorprendente. Senza proclami teorici, lo scrittore adotta una focalizzazione interna strettissima. Il mondo è filtrato dagli occhi esausti della ragazzina: le ombre verdi non sono metafora, ma esperienza concreta; le cornacchie che "gridano come il bambino" non sono simbolo elaborato, ma deformazione percettiva. Il cosiddetto "flusso di coscienza", che la critica novecentesca attribuirà ad altri, qui appare in forma embrionale, spontanea, necessaria. La logica narrativa segue l'encefalo stremato, non il calendario degli eventi.

Eppure, la dimensione sociale è altrettanto forte. Siamo nel ciclo degli "Uomini tetri", una serie di racconti cechoviani degli anni '80 incentrati sulla miseria proletaria, lo sfruttamento e la disperazione umana senza redenzione: un universo di botteghe, apprendisti, padroni grassi e autoritari, miseria contadina che si riversa nella città. Lo sfruttamento minorile non è oggetto di denuncia retorica; è dato di fatto. Var'ka non ha infanzia, non ha diritto al riposo, non ha parola propria. I padroni non sono mostri caricaturali: sono semplicemente ciechi, immersi nella normalità del loro privilegio. Proprio questa assenza di demonizzazione rende più feroce il quadro. Non c'è tiranno melodrammatico; c'è un sistema.

Var'ka (diminutivo di Varvàra, nostro Barbara) è una tredicenne privata dell'infanzia, consumata da un lavoro servile che le nega perfino il sonno. La sua coscienza, schiacciata dalla fatica e dall'insonnia, si frantuma in visioni dove realtà e delirio si confondono. Non è ribelle né malvagia: è un corpo esausto che regredisce a puro istinto di sopravvivenza. Il mondo adulto la usa, la ignora, la picchia; nessuno vede il suo crollo. In lei, Čechov mostra come la miseria possa spegnere la moralità prima ancora della vita.

👉 Caratteristica peculiare di Čechov è il rifiuto di ogni cornice morale esplicita. Non c'è voce narrante che ammonisca, né catarsi consolatoria. Quando l'idea "falsa" si impadronisce di Var'ka, essa non è presentata come scelta etica, ma come soluzione logica all'interno di una mente collassata. La regressione è primitiva: eliminare l'ostacolo per soddisfare un bisogno vitale. La coscienza morale, che presuppone riposo, tempo, linguaggio, è già stata distrutta dall'insonnia. In questo senso, il racconto è una parabola radicale sulla disumanizzazione: togliere il sonno significa togliere l'umano.

Non sorprende che Lev Tolstoj abbia lodato questo testo come esempio di "verità illusoria". Tolstoj, così incline a interrogare apertamente il bene e il male, riconosceva qui una forma di compassione più sottile: non la predica, ma l'esposizione nuda del fatto. In confronto ai grandi romanzi morali dell'Ottocento russo, questa novella sembra quasi spoglia. E tuttavia, proprio nella sua secchezza, risulta più spietata.

C'è poi un elemento simbolico che merita attenzione: la macchia verde. Non è un'allegoria dichiarata, ma una presenza ossessiva. Vacilla, si allunga, invade gli occhi, "ride" con Var'ka. È luce artificiale, residuo di un'icona sacra, ma anche segno di un mondo che ha perduto trascendenza. La religione resta sullo sfondo come gesto rituale – il segno della croce della madre – incapace di incidere sulla struttura della miseria. La grazia non entra nella stanza; entra solo il sonno, come morte temporanea.

E infine, ciò che inquieta di più è il sorriso. Non c'è furia, non c'è odio. C'è sollievo. La liberazione non è ideologica, ma fisiologica. In questa scelta narrativa sta la crudeltà suprema: il gesto estremo non nasce da un'idea di vendetta sociale, ma da una necessità corporea. La tragedia è tanto più radicale perché priva di grandezza eroica.

L'epilogo

📌 La voglia di dormire costringe il lettore ad abitare l'incertezza etica. Non possiamo assolvere; non possiamo condannare con facilità. Restiamo sospesi in una zona di disagio che è la vera cifra del realismo cechoviano. Se in altri racconti – come Uno scherzetto che abbiamo già attraversato – l'ambiguità tocca le sfumature sentimentali, qui essa scende nel fondo oscuro della sopravvivenza.

Per tutto il racconto, assistiamo a una coscienza che si sfalda: ombre che si animano, nuvole che gridano, strada fangosa, padre morente, voci che ripetono "dormire". È un flusso confuso, ciclico, quasi febbrile. La percezione è disarticolata. Poi, all'epilogo, accade qualcosa di diverso. Var'ka "capisce". Cerca la forza che le "inceppa mani e piedi", la identifica, le dà un nome: "il nemico… è il bambino". In quel punto la sua mente non è più dispersa; è concentrata. Non più visioni plurime, ma un solo oggetto. Non più caos, ma soluzione.

Questa è la lucidità, benché rovesciata in quanto nasce dal collasso, non dalla ragione. È una chiarezza patologica, l'illuminazione di un cervello esausto che riduce il mondo a un'equazione brutale: ostacolo = causa del dolore; eliminazione dell'ostacolo = libertà. È la logica primitiva dell'istinto, non quella morale della coscienza. Gesto e pensiero coincidono: non c'è esitazione, non c'è conflitto interiore espresso. L'idea si impadronisce di lei e immediatamente si traduce in atto; la distanza tra riflessione e azione si annulla: l'intelligenza non discute, esegue.

Qui sta l'aspetto più inquietante: Čechov non descrive un'esplosione emotiva, ma una specie di sollievo, perfino un sorriso. La violenza non nasce dalla passione, ma da una chiarezza deformata. È il momento in cui l'organismo, per sopravvivere, spegne tutto il resto. Questa coincidenza tra pensiero e gesto è la forma estrema dell'alienazione: non c'è più spazio simbolico, non c'è più tempo morale. Solo necessità. E forse è proprio questo che rende l'epilogo così insostenibile: non è un atto di odio, ma di logica distorta, una logica che nasce dal sonno negato.

A questo punto, l'autore ci lascia soli, senza commento, davanti a una lucidità che non possiamo accettare ma che comprendiamo fin troppo bene. Ci lascia con un corpo addormentato "come morto", e con una domanda silenziosa che riguarda non solo la Russia di fine Ottocento, ma ogni società che, sottraendo il riposo e l'infanzia, prepara senza accorgersene la propria catastrofe morale.

Fonti dei testi

[ddf, ii-2026]