
no scherzetto (Šutočka, 1886) è tra i racconti più brevi, delicati e psicologicamente ambigui di Anton Pavlovič Čechov (1860-1904).
La storia, narrata in prima persona, ha inizio in un gelido pomeriggio d'inverno. Il protagonista convince una giovane ragazza di nome Nàdenka, terrorizzata dall'altezza, a scendere con lui su una slitta da un ripido pendìo ghiacciato.
Durante la folle discesa, mentre il sibilo del vento copre ogni suono, il narratore sussurra sottovoce: "Vi amo, Nàdenka". Quando la slitta si ferma, la ragazza è confusa e spaventata: non sa se quelle parole siano state pronunciate dal compagno o se siano state solo un'illusione causata dal rumore del vento. ✦
UNO SCHERZETTO*
Testo : 1/4
È un sereno meriggio d'inverno... Il gelo è rigido, la neve scricchiola e a Nàdenka, che mi ha preso per il braccio, si coprono di una brina argentea i riccioli sulle tempie e la lanugine sul labbro superiore. Siamo sulla cima di una montagnola. Dai nostri piedi fino al piano si stende una superficie levigata, in cui il sole si mira come in uno specchio. Accanto a noi è una piccola slitta foderata di un panno vermiglio.
– Lanciamoci giù, Nadežda Petrovna! – imploro io.
– Una volta sola! Vi assicuro, resteremo interi, non ci faremo del male!
Ma Nàdenka ha paura. Lo spazio che corre dalle sue piccole soprascarpe fino al termine della montagna di ghiaccio le sembra spaventoso, un abisso d'insondabile profondità. Quando guarda in giù, si sente morire e il respiro le rimane mozzato, non appena le propongo di sedersi nella slitta; e che cosa accadrà quando si arrischierà di volare in quell'abisso! Morirà, impazzirà.
– Vi supplico! – dico io. – Non dovete aver paura! Non capite che è debolezza, viltà?
Finalmente Nàdenka cede, e dal suo volto vedo che cede con la paura di rischiare la vita. L'aiuto, pallida, tremante a sedersi nella slitta, le cingo con il braccio la vita, e con lei mi precipito nell'abisso.
La slitta vola come un proiettile. L'aria tagliata frusta i nostri visi, ulula, fischia nelle orecchie, tira, punge dolorosamente di rabbia, sembra voglia strappare la testa dalle spalle.
La violenza del vento non dà forza di respirare. Pare che il diavolo stesso ci abbia afferrati con le sue zampe e ci trascini urlando nell'inferno. Gli oggetti intorno si confondono in una unica striscia lunga che corre vertiginosamente... Ecco, ecco, ancora un istante, e sarà, sembra, la nostra rovina!
– Vi amo, Nàdja! – dico sottovoce.
La slitta comincia a scivolare sempre più lentamente, e l'urlo del vento e il ronzìo dei pattini non sono più così spaventosi, il respiro non più mozzato, e finalmente, siamo arrivati in basso. Nàdenka non è né viva né morta. È pallida, respira appena... L'aiuto ad alzarsi.
– Per nulla al mondo ci tornerei un'altra volta, – dice guardandomi con occhi sbarrati, pieni di terrore. – Per nulla al mondo! Per poco non morivo.
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* Anton Čechov. Uno scherzetto. In: Racconti e novelle I. Sansoni, 1954, pp. 526-531.
UNO SCHERZETTO
Testo : 2/4
Poco tempo dopo si rimette e già comincia a guardarmi negli occhi con una espressione interrogativa, come volesse accertarsi, se ho detto quelle tre parole veramente, o se le è sembrato soltanto di udirle nel frastuono del turbine. Ed io me ne sto accanto a lei, fumo e osservo attentamente il mio guanto.
Mi prende di nuovo per il braccio, e a lungo ci mettiamo a passeggiare accanto alla montagna. L'enigma, si vede, non le dà requie. Sono state pronunciate quelle parole, o no? Sì, o no? Sì o no? È una questione d'amor proprio, d'onore, di vita, di felicità, una questione molto importante, la più importante del mondo. Nàdenka mi guarda in viso impaziente, triste, con uno sguardo scrutatore, risponde non a tono, aspetta che io mi metta a parlare. Oh, che variare di espressioni su quel volto caro, che variare! Vedo che essa lotta con se stessa, che ha bisogno di dirmi qualcosa, di chiedermi qualcosa, ma non trova le parole, si sente impacciata, atterrita, la gioia la turba...
– Sapete che? – dice senza guardarmi in viso.
– Che cosa? – domando io.
– Facciamo ancora una volta... scendiamo in slitta.
Ci arrampichiamo per la scala sulla vetta della montagnola.
Di nuovo aiuto Nàdenka pallida, tremante ad accomodarsi nella slitta, di nuovo voliamo nel terribile abisso, di nuovo urla il vento e ronzano i pattini, e di nuovo quando la slitta ha raggiunto la sua massima velocità io dico sottovoce nel frastuono:
– Vi amo, Nàdenka!
Quando la slitta si ferma, Nàdenka abbraccia con uno sguardo la montagna sul dorso della quale siamo or ora discesi, poi scruta a lungo il mio viso, ascolta la mia voce indifferente e spassionata, e tutta essa, tutta, perfino il suo manicotto e il cappuccio, tutta la sua figurina esprime una estrema perplessità. Sul suo viso sta scritto:
– Che succede? Chi ha pronunciato quelle parole? Lui, oppure mi è parso soltanto sentirle?
Questa incertezza la rende inquieta, la impazientisce. La povera fanciulla non risponde alle domande, si fa scura in viso. È sul punto di scoppiare in lacrime.
– Dobbiamo forse tornare a casa? – domando io.
– Ma a me... a me piace questo scendere in slitta, – dice arrossendo. – Non potremmo forse scendere un'altra volta?
Le "piace" questo scendere, e tuttavia, mentre si siede nella slitta, è pallida come le prime volte, respira appena dal terrore, trema.
Facciamo la discesa una terza volta, e mi accorgo, come mi guarda in viso, fissa le mie labbra. Ma io accosto alle labbra un fazzoletto, tossisco e, quando raggiungiamo la metà della discesa, faccio in tempo a sussurrare:
– Vi amo, Nàdja!
L'enigma rimane tale! Nàdenka tace, pensa a qualcosa... La riaccompagno a casa, essa cerca di camminare più adagio, rallenta i passi e aspetta sempre, se non le dirò di nuovo quelle parole. E vedo, quanto soffre la sua anima, come sta facendo uno sforzo su se stessa, per non dire:
– Non può essere che le abbia dette il vento! E non voglio che le abbia dette il vento!
UNO SCHERZETTO
Testo : 3/4
Il giorno dopo ricevo la mattina un biglietto: "Se oggi andate alla pista delle slitte, passate a prendermi. N.". Ε da quel giorno comincio ad andare quotidianamente con Nàdja alla pista e, mentre voliamo giù sulla slitta, pronuncio ogni volta sottovoce quelle stesse parole:
– Vi amo, Nàdja!
Ben presto Nàdenka s'avvezza a questa frase, come ci si avvezza al vino o alla morfina. Non può più vivere senza di essa. È vero che è sempre ancora pauroso volar giù dalla cima della montagna, ma ormai il terrore e il pericolo conferiscono un fascino speciale alle parole d'amore, alle parole che come prima formano un enigma e fanno languire l'anima. Il sospetto cade sempre sugli stessi due: su me e il vento... Chi dei due le faccia la dichiarazione d'amore, essa non sa, ma ormai evidentemente per lei è lo stesso; non importa da quale recipiente si beva, basta che ci si inebrii.
Una volta al meriggio mi recai solo alla pista; mescolatomi con la folla, vedo che Nàdenka si avvicina alla montagna, che mi cerca con gli occhi... Poi timidamente si arrampica su per la scaletta... È terribile far la discesa da sola, oh, com'è terribile. È pallida come la neve, trema, cammina come se andasse al patibolo, ma cammina, cammina senza guardare indietro, decisamente. Ha deciso, si vede, di provare finalmente se sarà possibile udire quelle parole dolci, stupefacenti, quando non ci sono io. Vedo come pallida, la bocca aperta per lo spavento, si siede nella slitta, chiude gli occhi e, detto per sempre addio alla terra, si mette in moto... "S-S-S-S"... ronzano i pattini. Ode Nàdenka quelle parole? Non lo so... Vedo soltanto come si alza debole, sfinita, dalla slitta. E dal suo volto si capisce che essa stessa non sa se abbia o no udito qualcosa. Il terrore, mentre scivolava giù, le ha tolto la facoltà di udire, di distinguere i suoni, di capire...
UNO SCHERZETTO
Testo : 4/4
Ma ecco che viene il mese primaverile di marzo... il sole si fa più carezzevole. La nostra montagna di ghiaccio diventa più scura, perde il suo luccicore e finalmente si scioglie. Smettiamo di andare in slitta. Per la povera Nàdenka non c'è più possibilità di sentire quelle parole, eppoi chi le può ormai pronunciare? Il vento non si ode più, e io mi accingo a partire per Pietroburgo, per lungo tempo, probabilmente per sempre.
Una volta, due o tre giorni prima della partenza, me ne sto seduto al crepuscolo nel giardino, che dal cortile, dove vive Nàdenka, è separato da un alto steccato irto di chiodi... Fa ancora piuttosto freddo, sotto il concime c'è ancora la neve, gli alberi sono morti, ma c'è già odor di primavera e mentre si preparano a dormire, le cornacchie gracchiano rumorosamente. Mi avvicino allo steccato e guardo a lungo attraverso una fessura. Vedo Nàdja che esce sulla soglia e volge uno sguardo mesto, nostalgico al cielo... Il vento primaverile le soffia diritto nel viso pallido, abbattuto... Le ricorda quell'altro vento, che allora ci urlava in viso sulla montagna, quando udiva quelle tre parole, e il suo volto si fa triste, triste, e lungo la guancia scende lenta una lacrima... E la povera fanciulla protende tutte e due le braccia, come volesse pregare il vento di recarle ancora una volta quelle parole. Ed io, dopo avere atteso che il vento soffi di nuovo, dico sottovoce:
– Vi amo, Nàdja!
Dio mio, che le succede ora! Lancia un grido, sorride con tutto il viso e protende incontro al vento le braccia, beata, felice, tanto carina.
E io torno a far le valigie...
Questo è accaduto molto tempo fa. Ora Nàdenka è già maritata; l'hanno data in sposa, o s'è data lei stessa, non importa, al segretario della Camera di tutela nobiliare, e adesso ha già tre bambini. Ma il ricordo di quando andavamo in slitta e il vento le recava le parole "vi amo, Nàdenka", non si è spento; per lei è il ricordo più felice, più commovente e splendido della sua vita...
Mentre a me, ora che mi sono fatto più vecchio, ormai non riesce comprensibile, perché dicessi quelle parole, a che scopo scherzassi...
* A Čechov non si può credere ciecamente (perché lui non vuole)
Dire che "a Čechov non si può credere ciecamente" è non solo legittimo: è esattamente ciò che lui chiede, uno dei nuclei più profondi e meno banalizzabili della sua poetica.
Il punto decisivo è questo: Čechov non è una voce che parla sopra i personaggi, ma uno spazio che li contiene. E in quello spazio non c'è una verità ultima pronta all'uso, ma una serie di possibilità che restano deliberatamente incompiute. Credere ciecamente a Čechov significherebbe, paradossalmente, tradirlo; perché vorrebbe dire trasformarlo in ciò che egli ha combattuto per tutta la vita: un autore "che sa", che giudica, che spiega.
Al contrario, lui si ritrae. E questo ritrarsi non è neutralità pigra, ma un atto etico e conoscitivo radicale. Lo sappiamo anche dalle sue lettere – e qui non siamo nel terreno dell'interpretazione arbitraria. In più occasioni, Čechov insiste su un punto che per lui è decisivo: il compito dell'artista non è risolvere le domande, ma porle correttamente. È una dichiarazione programmatica. Significa che l'autore rinuncia consapevolmente al ruolo di giudice. Non assolve, non condanna, non certifica. Mostra. E poi si ferma.
Per questo i suoi personaggi restano sospesi alla pagina. Non sono "conclusi". Non sono mai del tutto comprensibili, nemmeno a se stessi. E di conseguenza: non sono affidabili. Non perché mentano deliberatamente, ma perché – come nella gran parte dei casi – non si conoscono fino in fondo. Prendere per oro colato le loro parole significherebbe scambiarle per un verdetto, mentre sono solo una voce tra le altre, spesso una voce difensiva, giustificatoria, stanca. I suoi personaggi non sono oracoli; sono frammenti di coscienza, spesso opachi, spesso contraddittori.
In Uno scherzetto, questo è secondo noi evidente: quando il narratore dice, anni dopo, che tutto era uno scherzo e che non sa più perché lo facesse, non sta fornendo la chiave del racconto. Sta fornendo la sua ultima maschera. E se Čechov non lo smaschera apertamente, nemmeno però ci chiede di credergli.
Čechov scrive racconti che continuano oltre l'ultima riga. La famosa "pagina lasciata in bianco" non è un'assenza: è uno spazio di responsabilità affidato al lettore. Non per completare la storia in modo fantasioso, ma per assumerne il peso interpretativo.
Questa è la ragione del perché Čechov sia talvolta frainteso come autore "freddo", "oggettivo", "impassibile". In realtà, è uno scrittore che non protegge il lettore. Non gli fornisce appigli morali sicuri, come accade in Dostoevskij; non gli dice chi ha ragione, come spesso fa Tolstoj; non gli offre la consolazione di una chiusa risolutiva, come in Turgenev o in Gorkij. Gli chiede, invece, di abitare l'incertezza.
E questa è una richiesta altissima, di cui non tutti gli autori sono capaci. Molti preferiscono guidare, indirizzare, spiegare. Čechov no. Lui si ferma prima. E nel fermarsi dice, implicitamente: adesso tocca a te.
Čechov non chiede al lettore di credere, ma di continuare a pensare. E forse il suo gesto più radicale è proprio questo: non consegnarci una verità, ma fidarsi della nostra capacità di cercarla, anche a costo di restare nel dubbio.
👉 Virginia Woolf parlò più volte dei finali di Čechov come di qualcosa che spiazza, che lascia il lettore in uno stato di sospensione quasi fisica. Nel saggio The Russian Point of View, osservava che i racconti dello scrittore russo non si concludono nel senso tradizionale del termine: essi si arrestano, lasciando il lettore in una condizione di stasi e di stupore, come se qualcosa di essenziale fosse accaduto senza assumere la forma di un finale.
Per Woolf, che stava lavorando proprio in quegli anni a smontare la narrativa ottocentesca fondata su intreccio, sviluppo e chiusura, Čechov rappresentava una rivelazione: uno scrittore che rinuncia al finale come atto di potere. Il finale tradizionale dice: ecco che cosa significava tutto. Il finale cechoviano, invece, dice: ecco fin dove posso arrivare senza mentire. Poi tace.
Woolf aveva capito che quei finali non sono "incompiuti", ma deliberatamente aperti. Non perché manchi qualcosa allo scrittore, ma perché qualcosa è stato lasciato al lettore. Lei stessa, che nei suoi romanzi cercherà di rendere visibile il flusso interiore, la coscienza che non si chiude mai davvero, riconosce in Čechov un precursore: uno che ha avuto il coraggio di fermarsi prima del senso definitivo.
Quando Woolf parla di stupore davanti ai finali di Čechov, non intende perciò uno stupore ingenuo, ma una sorta di disarmo critico. Il lettore, abituato a essere guidato, si trova improvvisamente senza appigli: non sa se approvare o condannare, se compatire o indignarsi, se archiviare la storia come "risolta" o "fallita". Deve restare lì, in una specie di zona grigia. Ed è proprio lì che la letteratura, per Woolf come per Čechov, comincia ad essere davvero onesta.
In questo senso, potremmo dire che Čechov non vuole lettori obbedienti, ma lettori corresponsabili. Non chiede di credere ciecamente, ma di proseguire interiormente il racconto. La famosa "pagina bianca" dopo l'ultima riga non è un difetto di costruzione, ma un invito: adesso tocca a te decidere che cosa è stato vero, che cosa è stato detto, che cosa è stato taciuto.
E se Woolf resta "esterrefatta", è perché riconosce in quei finali qualcosa che lei stessa cerca: una letteratura che non consola, non semplifica, non chiude, ma allarga, dilata. Che non dà risposte, ma intensifica le domande.
Detto in una frase sola: i finali di Čechov non concludono, consegnano. E chi li riceve, come Woolf sapeva benissimo, non ne esce più allo stesso modo.